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giovedì, 15 maggio 2008

NUOVE PERQUISIZIONI A REGGIO CALABRIA

SOLIDARIETA' AI COMPAGNI E ALLE COMPAGNE REGGINE

Nei giorni scorsi, ancora una volta, la Digos di Reggio Calabria ha eseguito diverse perquisizioni nelle case di diversi militanti reggini.

Gli agenti, hanno eseguito le perquisizioni senza un mandato della Procura della Repubblica, ma in quanto erano certi che nella abitazioni da perquisire ci fossero armi o materiale esplondete. Naturalmente nulla di compromettente o pericoloso è stato trovato nelle abitazioni.

Ma davvero gli abili investigatori della Questura reggina non hanno di meglio da fare. Non sono forse a conoscenza che la città di Reggio Calabria è dominata dalla 'ndrangheta che è onnipresente in ogni apparato istituzionale, a partire dalle assemblee elettive fin'anche all'ultimo dei condomini?

Bisogna mobilitarsi e riflettere su quanto accade in questa città: mentre la 'ndrangheta domina la città sono diverse le inchieste aperte da parte della Procura di Reggio Calabria sui compagni e le compagne di Reggio Calabria, si sta sviluppando un clima pesante, che tenta di mettere in discussione gli stili di vita e il modo di condurre le lotte che da sempre molti di noi hanno portato avanti.   sacco di reggio1

Il teme della repressione è un tema che non va sottovalutato, soprattutto in questo periodo, mentre si sperimentano orami da tanti anni leggi che di fatto sono anticostituzionali contro gli ultrà è molto facile che queste leggi vengano estese anche nella gestione dell’ordine pubblico.

Ma  cosa vuol dire oggi ordine pubblico a Reggio Calabria, in una città, la terza d’Italia dopo Roma e Milano per rapporto forze dell’ordine-cittadino, voglio qui ricordare che la media nazionale è di un operatore di pubblica sicurezza ogni 261 cittadini, in Calabria invece è di un operatore ogni 175 cittadini. Reggio Calabria è inoltre la terza Procura d’Italia per intercettazioni telefoniche e inchieste aperte contro ignoti, mi chiedo com’è possibile che nonostante tutto questo controllo da parte delle forze dell’ordine  la ‘ndrangheta non venga minimamente scalfita da queste attività?

 Dico questo perché il superprefetto De Sena, oggi senatore del Pd/L che era stato mandato a Reggio Calabria subito dopo l’omicidio Fortugno per combattere la ‘ndrangheta, ha dichiarato nello scorso mese di giugno alla commissione parlamentare antimafia che la criminalità organizzata in Calabria è un fenomeno strutturale e che si sviluppa a causa della mancanza di infrastrutture.

Ma come mai il prefetto De Sena non ha detto nulla dell’intreccio perverso che esiste in Calabria tra criminalità organizzata, partiti politici, pubblica amministrazione, burocrazia?  Adesso che De Sena è stato premiato per il suo impegno contro la 'ndrangheta tanto che è stato pure eletto senatore la mia domanda è la ‘ndrangheta è più forte o più debole di prima? Visto che la prima dichiarazione di De Sena è stata quella di affermare che il Ponte sullo Stretto si farà mi chiedo questo rendere più forte o più debole la 'ndrangheta?

 Comunque siano le cose, pur attendendo una risposta chiarificatrice non si può non osservare che la ‘ndrangheta è più forte. Dall’uccisione di Fortugno in poi come sono stati aggrediti i patrimoni mafiosi, come si è intervenuto nella pubblica amministrazione per rompere i condizionamenti  e soprattutto come sono state condotte le inchieste?

Dico questo perché questi argomenti non riescono ad emergere nel dibattito politico. Nello scorso mese di luglio, quando venne arrestato a Reggio Calabria il consigliere comunale di Alleanza nazionale Massimo Labate, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, poliziotto della squadra mobile di Reggio Calabria e primo degli eletti in Alleanza nazionale con oltre 1300 voti di preferenza, il sindaco della città, Giuseppe Scopelliti, dichiarò durante un consiglio comunale che il Labate si rese protagonista di alcune leggerezze. Bene, io vorrei chiedere al sindaco della città, perché nessuno fino ad oggi lo ha chiesto, se ha intenzione, come Amministrazione comunale di Reggio Calabria,  di costituirsi parte civile nei processi con la ‘ndrangheta.

Voglio sottolineare che bisogna capire che oramai  a Reggio Calabria, ma credo ormai in tutto il meridione si sia davvero persa la misura della differenza tra legalità ed illegalità.

In ogni caso dobbiamo mobilitarci, senza farci intimidire e continuare le nostre lotte!

Militantenonpoliticante

postato da: clandestino30 alle ore 14:56 | link | commenti
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mercoledì, 14 maggio 2008

CICLONE GIUDIZIARIO SULLA SORICAL

CICLONE GIUDIZIARIO SULLA SORICAL

Un nuovo terremoto giudiziario scuote la Calabria, scatenato dalle inchieste del pm De Magistris: questa volta, sotto inchiesta, gli affari sommersi della Sorical, la società mista che gestisce il complesso acquedottistico regionale ed il cui 46,5% del capitale è detenuto dalla francese Veolia.
 
Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, turbata libertà degli incanti, abuso di ufficio, in concorso tra loro, il tutto consumato nel settore delle acque: questi sono i reati ipotizzati dal pm, secondo cui la gran parte degli appalti affidati direttamente dalla Sorical sarebbero andati ad un gruppo di società, sempre le stesse, ricollegabili tra loro e che “avevano interesse anche con persone preposte a uffici pubblici”.                     reggio cal vista dall
Coinvolti nell’inchiesta imprenditori, dirigenti della Regione, i responsabili della Sorical. Tra le undici persone raggiunte da avvisi di garanzia figurano Raimondo Luigi Besson, ex a.d. della Sorical (carica dalla quale si era dimesso dopo il coinvolgimento nell’inchiesta “Acqualatina”), Felice Maria Filocamo, ex presidente della Sorical, Claudio Caruso, responsabile dell’Ufficio Gare regionale, ed una serie di imprenditori legati al consorzio “Giordano Grical”, tra cui la moglie di Antonio Longo, ucciso in un agguato lo scorso 26 marzo e presidente del consiglio direttivo dello stesso consorzio.
Il consorzio “Giordano Grical”, che raggruppa 23 società, è stato fondato il 12 aprile del 2003, e nel suo oggetto sociale si legge che ha come obiettivo la “fornitura di servizi amministrativi, tecnici e logistici alla società denominata Sorical, a tutti gli Ato”: questo due mesi prima dell’atto costitutivo della stessa Sorical, datato 13 giugno 2003. Da questa “premonizione”, l’ipotesi di un vero e proprio sistema dentro cui le varie gare, alle quali partecipavano solo aziende direttamente o indirettamente legate al consorzio, venivano aggiudicate con ribassi non superiori al 3%, concordati tra le ditte stesse. Un vero e proprio “cartello”, secondo l’accusa, capace di decidere la percentuale di ribasso e il soggetto aggiudicatario di decine e decine di appalti: piccoli lavori, interventi di ordinaria manutenzione, messa in sicurezza degli impianti, spesso con importi non stellari (inferiori a 200mila euro per rientrare nella normativa della somma urgenza) ma capaci di generare un businness milionario.
Parte dell’inchiesta è dedicata anche ai controlli, carenti secondo il pm, della Regione Calabria sulla Sorical e dei rapporti tra partner pubblico e privato, a partire dalla stessa costituzione della società, quando l’allora Ati tra Enel Hidro e Acquedotto Pugliese si aggiudicò la gestione idrica grazie ad una fidejussione di 400 miliardi di lire garantiti dall’Enel: garanzia che però non risulta agli atti. Ne consegue quindi che garanzie e impegni ricadrebbero sul socio di maggioranza: la Regione Calabria.
Ancora un’inchiesta quindi, l’ennesima, a cercare di smascherare le dinamiche “solite” che le grandi lobbies politico-affaristico-criminali usano per accaparrarsi fondi pubblici e “potere”, e per le quali a farne le spese sono sempre i cittadini, che ci rimettono in salute e in denaro.

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domenica, 11 maggio 2008

NO ALLE VIOLENZE FASCITE

L’ESALTAZIONE DELLA VIOLENZA E LA CIRCOLAZIONE DI ARMI

La gravissima aggressione di Verona, nella notte tra il 30 aprile e il 1° Maggio, rappresenta solo l’ultimo episodio in ordine di tempo che ha visto protagoniste bande neofasciste. Secondo il monitoraggio condotto dal sito www.ecn.org/antifa (promosso nell’ambito dell’associazione Isole nella Rete), sulla base della semplice consultazione dei media locali e nazionali, oltre che delle sempre più numerose segnalazioni, tra il gennaio 2005 e l’aprile 2008 si sono verificati in Italia almeno 262 episodi di violenza fascista e più di un centinaio di atti vandalici ai danni di sedi di partito, centri sociali, lapidi e monumenti partigiani. Le aggressioni hanno riguardato in particolare militanti di sinistra e giovani dei centri sociali, a seguire immigrati extracomunitari, omosessuali e rom. Dati parziali in cui non compaiono i fatti di minor entità, decisamente in numero superiore.           Antifascismo(1)

Solo nel 2005 sono stati almeno cinque i tentati omicidi, ovvero i pestaggi in cui gli aggressori hanno cercato di colpire organi vitali e i feriti sono stati ricoverati in gravi condizioni. Nel corso di una di queste circostanze, il 27 agosto 2006, rimaneva ucciso a Focene, nei pressi di Roma, Renato Biagetti di 26 anni, raggiunto da più coltellate all’uscita da una festa reggae. Già nel “Rapporto sulla criminalità 2006” del Ministero dell’Interno, come nella successiva “Relazione sulla politica informativa e della sicurezza” del secondo semestre 2006, approntata dalla Segreteria generale del Cesis (l’ex comitato di coordinamento dei servizi segreti), si erano dedicate diverse pagine alle organizzazioni neofasciste, denunciando, da un lato, “lo spiccato profilo aggressivo con il compimento di atti di intimidazione violenta” e di “deriva oltranzista”, dall’altro, “atteggiamenti razzisti sfociati in episodi ed atti di vandalismo d’impronta antislamica”, nonché “rinnovate pulsioni antisemite”. Nell’ultima “Relazione sulla politica informativa e della sicurezza”, presentata a Roma il 29 febbraio 2008, si era, infine, portata l’attenzione sulle “saldature” in corso tra estremisti di destra e ultras delle curve, all’origine, a loro volta, di gravissimi fatti di violenza. Il 17 aprile scorso la polizia di Bolzano ha arrestato 16 naziskin meranesi di lingua tedesca per incitamento all’odio razziale, etnico e religioso. Altre 62 persone, tra cui 17 minorenni, sono state indagate. Il gruppo, di ispirazione irredentista, faceva riferimento al nome di una precedente formazione terroristica sudtirolese, “Ein Tirol”, in italiano Un solo Tirolo, operante negli anni Ottanta. Almeno venti gli episodi di violenza contestati ai suoi membri, tutti ai danni di italiani e di migranti. Nel corso delle perquisizioni sono stati rinvenuti drappi inneggianti al Reich tedesco. Un fenomeno, quest’ultimo, che è ormai comune anche al neofascismo italiano. Dalle numerose indagini giudiziarie in corso riguardanti l’estrema destra è infatti possibile ricavare alcune tendenze. In primo luogo l’adesione in modo trasversale da parte dei militanti delle organizzazioni della destra radicale italiana a posizioni esplicitamente razziste e antisemite, ma anche l’acquisizione di miti e modelli non più solo provenienti dalla storia della Rsi, ma direttamente dal nazismo, con l’utilizzo sempre più marcato di effigi e simboli tratti dalle Ss e dal Terzo Reich. Ricorrente nei documenti acquisiti dagli inquirenti l’esaltazione della violenza nei confronti degli avversari politici, degli immigrati e degli omosessuali, ma soprattutto la circolazione all’interno dell’area neofascista di oggetti atti a offendere, coltelli, asce e mazze, e con maggior frequenza di armi da fuoco e di materiali esplodenti. Evidente anche l’accentuarsi dei rapporti con il sottobosco della criminalità comune. Dati su cui riflettere. Citiamo solo alcuni episodi recenti che non hanno avuto l’attenzione dovuta.

A Rimini, il 10 dicembre scorso, sono stati rinviati a giudizio dieci esponenti di Forza Nuova, tra loro il segretario provinciale, arrestati la notte del 25 settembre mentre si accingevano a compiere un attentato al centro sociale “Paz”, progettando il sequestro del custode e l’incendio dei locali con nitro-diluente. Nel corso delle perquisizioni sono saltate fuori tre pistole a gas, baionette, pugnali e tirapugni. Prima ancora, il 12 ottobre, era stato sequestrato a Imola, nell’abitazione di un naziskin, un arsenale con armi ed esplosivi. Ad Ancona, il 23 ottobre, erano invece state ritrovate, nel corso di altrettante perquisizioni a sette teste rasate, armi da sparo e da taglio, pure una mannaia. Ritrovati anche giubbotti con il logo di alcune divisioni delle Waffen-Ss e t-shirt con scritte antisemite sovrastate dalla foto dell’ingresso del campo di Auschwitz. Il 16 febbraio del 2008 a Sesto Calende, in provincia di Varese, sono finiti in manette due naziskin per duplice tentato omicidio e spaccio di stupefacenti.

A Salerno, il 18 marzo scorso, sono stati invece condannati alcuni esponenti di Forza nuova per detenzione di ordigni incendiari, per altro occultati nella stessa sede dell’organizzazione. Il segretario provinciale di Forza nuova e un suo collaboratore avevano dal canto loro già provveduto a patteggiare la pena. Quasi sconosciuto il caso di Siracusa, dove il 18 febbraio, la Corte di appello di Catania ha condannato a quattro anni e sei mesi Andrea Acquaviva, autore di una serie di attentati dinamitardi compiuti nel 2005 a Siracusa, tra l’altro alla sede della Cgil, alla redazione di alcune televisioni locali e all’ospedale Umberto I. La Corte ha riconosciuto all’imputato l’aggravante di aver agito a scopi terroristici. Acquaviva era stato candidato a sindaco di Siracusa per Forza nuova. Le azioni, per depistare, erano state rivendicate dai “Nuclei comunisti combattenti”, ma le indagini avevano accertato le sue responsabilità. Episodi gravi che si aggiungono agli arresti nel settembre 2007 per associazione a delinquere e lesioni gravi di undici appartenenti al gruppo dei Bulldog di Lucca, alcuni poi condannati, il cui simbolo era costituito da un fascio littorio, e alla cattura il 26 febbraio di quest’anno di venti estremisti a Roma, accusati anche dell’irruzione con coltelli e bastoni al concerto rock di Villa Ada il 9 ottobre.

Un fenomeno sempre più in crescita, quello delle violenze fasciste, continuamente sottovalutato.

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mercoledì, 07 maggio 2008

La parola agli ex collaboratori della Provincia di Reggio Calabria

Reggio Calabria: qual'è il confine tra legalita ed illegalità?

Operazioni di valutazione delle candidature: "l'amministrazione ha fatto autogol, altro che operazione verità!  Dai verbali che sono stati consegnati  a chi è riuscito ad accedere agli atti, si evince che la commissione di valutazione ha dedicato circa 30 ore, su 36 complessive verbalizzate, per valutare le 11.000  candidature.

Ci chiediamo se il presidente della Provincia, che intende rasserenare gli animi mettendo a disposizione lo sportello informativo, abbia letto i verbali e cosa ne pensi di tutto ciò.             reggio cal vista dall

Se il Presidente Morabito non ha avuto ancora tempo di farlo, gli suggeriamo quanto prima di leggerli.

Ai candidati, inoltre, sono state consegnate delle superficiali tabelle che la commissione ha utilizzato per escludere o ammettere i candidati dove c'è scritto, nero su bianco, che i criteri sono difformi da quanto stabilito sul bando e sono stati adottati arbitrariamente dai tre componenti della commissione, in barba al bando che loro stessi dovevano rispettare.

Inoltre non vi è specificato il motivo per cui corsi e Master non siano stati ritenuti idonei, e quindi non considerati ai fini della valutazione.

Ribadiamo ulteriormente il concetto che, per la Provincia, l’unica cosa sensata da fare, per mettere fine a questa umiliazione delle nostre intelligenze che sta perseverando ormai da giorni,  è annullare questo bando e riassumere gli ex collaboratori.

 Gli ex collaboratori della Provincia di Reggio Calabria

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sabato, 26 aprile 2008

LE LOTTE SOCIALI NON SI PROCESSANO

Trovare parole appropriate per commentare l’intera vicenda, non è cosa facile. Perché sono tanti gli aspetti farseschi e tali le assurdità delle accuse, che rischieremmo sicuramente di dimenticare qualcuna delle illuminanti considerazioni formulate dal PM Fiordalisi.
Chi in questi anni si è trovato a dover costruire solidarietà rispetto alla vicenda, ha dovuto soprattutto difendersi da quella parte di città che, parliamoci chiaro, ci avrebbe voluto vedere in galera. Probabilmente, parte degli stessi che hanno contribuito a montare questo teorema. Ebbene, possiamo finalmente dire che costoro rimangono in un angolo a rosicare. L’assoluzione di oggi è una pesante sconfitta per gli organi inquirenti che hanno confezionato questa inchiesta.    catene1


Gli stessi che hanno sperperato oltre tre milioni di euro, sbandierando all’intero paese, una formidabile operazione antiterrorismo, curata nei minimi dettagli e pronta a smantellare la pericolosa nascente cellula sovversiva. Tutto questo, mentre in città si consumavano ben altri misfatti.
Ma ora, sentenza in mano, abbiamo il diritto di sapere: perché questa inchiesta, sebbene scartata da svariate procure, è stata accettata proprio a Cosenza? Quali oscure trame hanno tessuto questo canovaccio? Quali loschi interessi da coprire? Ma soprattutto, abbiamo ragione di pretendere le dimissioni dei vertici inquirenti che hanno guidato questa inchiesta? Che questo “castello” non stava in piedi, la città lo aveva capito da subito e lo aveva ampiamente affermato con calorosa partecipazione alle diverse mobilitazioni costruite nel corso di questi lunghi sette anni, assolvendo di fatto tutti gli imputati e bocciando l’operato della Fiordalisi&Co.
Agli interrogativi sulle reali motivazioni che hanno portato all’apertura di questa inchiesta, ognuno si sarà dato delle risposte, rimane sicuramente il tentativo di criminalizzare un intero movimento con accuse infondate e infamanti, volte a coprire le vere vergogne di Genova: la morte di Carlo Giuliani, i pestaggi e le torture delle forze dell’ordine comandate dai vertici militari e politici. E ancora, di deviare l’attenzione generale dai veri allarmi sociali di cui questa città soffre.
Questa assoluzione giunge a riprova del fatto che la storia di chi rifiuta le logiche neoliberiste e produce conflitto sociale non può essere scritta dentro un’aula di tribunale. E se ce ne fosse ancora bisogno, ribadisce che la libertà di espressione e di opinione devono essere garantite in nome di quelle libertà conquistate il 25 aprile del 1945 e che ancora dobbiamo difendere.

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mercoledì, 23 aprile 2008

Un buco nelle casse della Regione da 900 milioni di euro e una serie impressionante di leggi.

Un buco nelle casse della Regione da 900 milioni di euro ("una previsione di difetto") e una serie impressionante di leggi.

Un buco nelle casse della Regione da 900 milioni di euro ("una previsione di difetto") e una serie impressionante di leggi violate. Così le cifre economiche nel dossier sulla sanità calabrese redatto dalla commissione d'indagine guidata dal Prefetto Silvana Riccio (subentrata ad Achille Serra) e già inviato ai ministeri dell'Interno, della Salute e dell'Economia. sacco di reggio1

Dalla relazione risaltano questi dati: spese esorbitanti a favore della sanità privata (30% di posti letto accreditati in più rispetto alla media italiana); una sanità che occupa una quota di Pil (8,77%) maggiore a tutte le altre regioni italiane; l'ultimo posto in Italia per ricavi da attività intra moenia; bilanci delle aziende sanitarie scarsamente veritieri. Tra le "chicche" riscontrate dalla commissione, il costo di dieci religiosi che lavorano in convenzione con l'Asp di Catanzaro:924 mila euro all'anno. Per quanto riguarda, invece, i drammi accaduti nel 2007 con le morti evitabili di almeno tre giovani vite, nella relazione si legge che "la Commissione è addivenuta alla conclusione che questi eventi si siano verificati per il concorso di specifici comportamenti di negligenza e imperizia adottati da parte degli operatori". (Apcom)

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giovedì, 17 aprile 2008

Dal Manifesto del 16 aprile

Questo articolo fotografa perfettamente la situazione del partito!!

IL MANIFESTO 16 aprile 08

di Sara Menafra

I «giovani» del Prc passati dal movimento no global agli scranni della Camera. Ora che il partito va alla conta potrebbero essere le prime vittime
I Berti-boys sull'orlo del baratro. Sperando in Vendola
Gli anti Fausto all'attacco: «Si sono bruciati rapidamente». Nicola Fratoianni: «Ma in parlamento eravamo una garanzia per tutti i movimenti»

Cascasse il mondo, a fine giornata c'era la playstation. In quella casa al quarto piano di via Farini, dietro piazza Vittorio, che i Giovani comunisti continuano a passarsi di generazione in generazione. I trentenni bertinottiani che ora rischiano di essere le prime vittime sacrificali della catarsi interna a Rifondazione, si vedevano tutti là, per impazzire di joystick fino a nottefonda. Nel 2004, quando il più bravo di tutti, Nicola Fratoianni, è stato nominato segretario della Puglia, l'appuntamento s'è perso.
Ma il gruppo, quello no, è rimasto compatto, più che una fronda politica un clan che negli ultimi sette anni ha bruciato tutte le tappe, passando dal movimento no global alla gestione del partito. Quelli della passione per l'arte contemporanea e la musica classica, dell'«antiproibizionismo». Quelli che hanno condiviso praticamente tutto, stessi amori (a fasi alterne, ovviamente), stesso abbigliamento pariolfreak e persino il vezzo di comprare le cravatte da Bomba, costoso e bel negozio del centro di Roma, fra i prediletti del capo, Bertinotti. Ora, con un pezzo di partito in rivolta e molti dirigenti che premono per andare alla conta, rischiano tutto, dopo aver già alcuni posti sicuri in parlamento: «Non sono convinto che prendere i cocci di quel che è successo e tirarceli l'uno contro l'altro sia una soluzione, la verità è che siamo tutti dentro una sconfitta colossale - spiega proprio Fratoianni - Spero che il Cpn sia un luogo in cui discutere insieme di una sconfitta colossale, capire dove si riparte per un progetto di lavoro aperto».
Tra loro e Fausto c'è sempre stato un legame speciale. Il primo segretario dei giovani comunisti, Gennaro Migliore, nominato a metà degli anni '90, fino a ieri era il capogruppo di una delegazione di quaranta deputati alla camera. Un bel salto, per un dirigente nato nel 1969, tra i più giovani deputati del parlamento italiano. E la chiave era soprattutto in quel abbraccio tra i giovani e il segretario, rimasto solido col passare degli anni e delle svolte politiche.
All'epoca del legame col «movimento dei movimenti», fino al g8 di Genova, il rapporto tra Rifondazione e no global passava attraverso i Giovani comunisti, che indossavano la tuta bianca e condividevano pane e companatico con Casarini ed i suoi, stessa età, stessa origine nei movimenti universitari dei primi anni '90, stessa fascinazione per le teorie di Toni Negri. Poi, dopo Firenze (2002) e la manifestazione contro la guerra a Roma (2003), Fausto Bertinotti decide di rompere con le teorie negriane e sposare la «non violenza». I Giovani comunisti seguono compatti e la rottura viene siglata poco prima della svolta «governista» del congresso di Venezia.
Il gruppo dei giovani, scala a grandi balzi il cursus honorum della carriera nel partito. Il segretario dei giovani comunisti che succede a Gennaro Migliore, Peppe De Cristofaro, è stato deputato fino all'altro ieri ed è segretario regionale della Campania. Fratoianni, oggi è il leader indiscusso in Puglia e avrebbe dovuto essere candidato sicuro alla Camera. E Michele De Palma è nella segreteria del partito insieme a Daniela Santroni e Fabio Amato. Persino il tesoriere del partito, Sergio Boccadutri, viene dal clan della playstation.
Ora che Bertinotti dice addio, sono in molti a pensare che debbano cadere dalla torre con lui: «Hanno una responsabilità gravissima per quello che è successo», attacca Ramon Mantovani, tra i più agguerriti antibertinottiani: «La loro carriera politica è stata stroncata in giovane età. Sono stati i fanatici del processo che ha portato a questo risultato politico. Non gli piaceva questo partito, pensavano che Rifondazione fosse un ferro vecchio da lasciare in soffitta».
La guerra è aperta. Molto, peseranno le scelte di Nichi Vendola, leader naturale della Sinistra arcobaleno che avrebbe potuto guidare la scorsa campagna elettorale e che col suo carisma potrebbe essere decisivo nella discussione del partito. Quel che farà, quanto aspetterà, non è ancora chiaro. Nicola Fratoianni, però, respinge l'accusa di aver abbandonato il movimento: «E' vero, eravamo nelle istituzioni. Ma è anche vero che erano i deputati del Prc quelli che si presentavano di notte davanti ai Cpt se c'era qualche problema e che mediavano con la polizia nelle manifestazioni. Senza questo cuscinetto, gli spazi saranno ancora più ristretti».
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sabato, 05 aprile 2008

Sud ribellel: ingiusta detenzione 16 mila euro di risarcimento

Fu arrestato il 15 novembre 2002 nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Cosenza su alcuni militanti dell'area no global accusati di associazione sovversiva per i fatti del G8 di Genova. Ora, però, la corte d'Appello di Catanzaro ha deciso che Giancarlo Mattia, ex militante No Global che trascorse otto giorni in carcere e dieci ai domiciliari nel novembre-dicembre 2002 prima di essere prosciolto dalle accuse, dovrà essere risarcito per 16mila euro dallo Stato per ingiusta detenzione. Lo scrive, oggi, Il Quotidiano della Calabria. Quanto all'inchiesta No Global, il processo è in corso da tre anni davanti al tribunale di Cosenza. Gli imputati sono 13,accusati di associazione sovversiva per avere organizzato gli incidenti accaduti nel 2001 durante il G8 di Genova ed il Global Forum di Napoli. Per loro il pubblico ministero ha chiesto condanne per complessivi 50 anni di reclusione. Tra gli imputati c'è l'ex deputato Francesco Caruso. (Apcom)

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venerdì, 04 aprile 2008

GIOIA TAURO SI PREPARA ALLO SCIOPERO

 I camalli del porto di Gioia Tauro preparano lo sciopero. Chiedono meno precarietà e il premio di produzione, azzerato dall’impresa concessionaria. Intanto il governo finanzia a suon di milioni la riduzione del personale

A sentire Cecilia Eckelmann Battistello, numero uno della società concessionaria Contship, il porto di Gioia Tauro sta lì lì per chiudere. Minacciare di trasferirsi a Tangeri, piuttosto che ad Algeciras è sempre un ottimo argomento per tenere sotto ricatto lavoratori e istituzioni. Eppure è grazie al lavoro dei giovani gruisti che dieci anni fa si sono buttati in questa avventura accettando una busta paga calmierata del trenta per cento se la “bella Cecilia” può parlare come se niente fosse di 11 milioni di container nel 2013, rintuzzando così la sparata dello scalo di Genova, che di container ne ha previsti cinque milioni per la stessa data. Ormai è una partita a poker. La sensazione è che dopo una stagione in cui si è spinto molto su l’acceleratore della produttività e delle flessibilità, contro il quale i lavoratori di Gioia Tauro hanno risposto con un paio di lunghe mobilitazioni, la situazione stia di nuovo infiammandosi. La guerra, insomma non è solo sulle cifre. E se Luigi Merlo, neo presidente dell’autorità portuale di Genova, annuncia che è pronto a riprendersi l’area dell’ex centrale Enel per piazzare altre pacheco (le gru per la movimentazione dei container), la Battistello punta tutto su militarizzazione del sito, - «i nomi dei nuovi assunti vengono dati alla polizia», ha dichiarato - transhipment, passaggio dei container da nave a nave. E, soprattutto, azzeramento del sindacato ribelle. L’avvertimento lanciato dalle colonne del Corriere della Sera non è nemmeno tanto velato e accusa il Sul, il sindacato che ha proclamato lo stato di agitazione, il primo dopo il lungo sciopero tra il 2006 e il 2007, addirittura di aver «picchiato i lavoratori» per costringerli ad incrociare le braccia.

Il sindacato di base, ovviamente, respinge le accuse. E lo fa con tanto di comunicato in cui si riserva di mettere l’intera questione nelle mani di un legale. «Quelle accuse sono assurde - dichiara Mimmo Macrì, rappresentante sindacale del Sul - nei pressi dell’area dove la Battistello sostiene siano avvenuti i fatti ci sono le sedi di polizia, carabinieri, capitaneria di porto e autorità portuale». Quella dell’uso delle “maniere forti” durante gli scioperi del “fronte del porto” è un leit motiv tirato fuori spesso anche dai sindacati confederali, a cui non vanno giù le 250 tessere collezionate dal Sul, circa un terzo di tutti gli addetti di Gioia Tauro. Ma la verità è anche un’altra: proprio mentre la Contship vuole fare il salto verso gli undici milioni di container, sono in scadenza sia il contratto nazionale che quello aziendale. Non solo, i lavoratori hanno dichiarato più volte che altri straordinari non vogliono proprio farne e che il gap in busta paga va recuperato con i premi di produttività che l’azienda si ostina a non dare. Fino alla prima decade di aprile il porto è in stato di agitazione.

«Un gruista non riesce a superare i 1.350 euro al mese, assegni familiari, straordinari e notturni compresi. È una paga da fame», continua Macrì. Nel 2006 il conflitto scoppiò sulla flessibilità, oggi c’è la questione della produttività non ridistribuita e dell’uso selvaggio dei lavoratori precari. Attualmente ce ne sono circa centocinquanta in banchina. Non sono pochi, anche perché con il clima che c’è di fatto rappresentano una vera e propria “quinta colonna” schierata contro lo sciopero. Nel 2007 la Contship ha distribuito un premio di produttività di 170 euro. «Una cifra irrisoria - sottolineano i lavoratori - e per di più legata strettamente alla presenza». Insomma, basta un po’ di influenza per veder sfumare il frutto di mesi e mesi di corse sfrenate manovrando i panama, così qui chiamano le gru. «Quando ci si è seduti al tavolo per stabilire la cifra del quarto trimestre - raccontano i sindacalisti del Sul - la risposta è stata che a fronte di un calo dello 0,4 per cento veniva annullato qualsiasi premio di risultato». A usare le “maniere forti”, quindi, sembra essere proprio la Contship. Nel frattempo a Gioia Tauro arriverà un’altra bella pioggia di euro. Il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi ha appena firmato un assegno da cinquanta milioni. È la prima tranche di un pacchetto che ne vale almeno il doppio. La beffa è che le risorse sono state concesse proprio tenendo conto del cosiddetto “picco storico” nella movimentazione dei container registrato nei primi mesi del 2007. Possibile che non si è tenuto conto dei diritti dei lavoratori?

Le risorse serviranno a dragare il porto di altri due metri, che in questo modo potrà accogliere le navi-container di ultima generazione, per permettere al Contship di realizzare il tanto agognato progetto del transhipment. Questo modello prevede un’occupazione sette volte inferiore al precedente, basato sull’intermodalità. Inutile chiedersi dove stia l’interesse pubblico.

da Left del 28 marzo 08

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mercoledì, 02 aprile 2008

G8, i pm: rinvio a giudizio per De Gennaro

Istigazione a falsa testimonianza per l'ex capo della polizia, ora braccio destro del titolare dell'Interno. Tacciono governo, ministro Amato e Veltroni

di Anubi D'Avossa Lussurgiu su Liberazione del 30/03/2008

«Assolutamente tranquillo»: così diceva di sé, sabato, uno che ne ha ben donde. Per vari motivi, innumerevoli: esclusa la verità che conosciamo in milioni, dalle incancellabili giornate di Genova del luglio 2001. E' stato Gianni De Gennaro a parlare così, dopo la conferma ufficiale della richiesta di suo rinvio a giudizio per «induzione a falsa testimonianza» formulata dal procuratore aggiunto genovese Mario Morisani e dai sostituti procuratori Francesco Cardona Albini, Vittorio Ranieri Miniati, Patrizia Petruzziello ed Enrico Zucca. Titolari, questi ultimi, dell'inchiesta su quel "fattaccio" della scuola Diaz, l'irruzione della polizia nella notte del 21 luglio nella scuola-ostello dei manifestanti e il seguente loro massacro (71 feriti su 98 fermati, di cui 75 tradotti alle sevizie di Bolzaneto) per poi poi accusarli in blocco di appartenenza al " black bloc ": salvo essere tutti prosciolti e ritrovarsi nel ruolo di parti lese di fronte a 28 agenti graduati e dirigenti medi, alti e altissimi della Polizia di Stato alla sbarra in tre gruppi rispettivamente per falso e calunnia, lesioni personali, perquisizione arbitraria con danneggiamento e... furto.
E' il meno trattato fra i processi sul G8 di Genova da tenori, baritoni e bassi del giornalismo giudiziario mainstream italiano: per la semplice ragione che i più alti in grado tra quei 28 sono tra i più vicini, precisamente, a De Gennaro. A tutt'oggi braccio destro del ministro dell'Interno del governo uscente, Giuliano Amato, in qualità di suo capo di gabinetto - oltreché nominato commissario straordinario all'emergenza rifiuti in Campania.  genova g8
Una posizione di vertice perfettamente corrispondente nel meccanismo che, in seno allo Stato, a quella vicenda di Genova e ai suoi sviluppo giudiziari è seguito: la promozione sistematica di tutti coloro che occupavano cariche di responsabilità, ad incarichi "altri" ma anche più "alti". Il che fa comprendere la tranquillità di De Gennaro, transitato da una fase politica all'altra.
Prendiamo chi partecipò alla riunione che a Genova decise, previa autorizzazione telefonica dello stesso De Gennaro, il blitz nel complesso Diaz-Pascoli-Pertini assegnato al Genoa Social Forum, quella sera del 21 luglio 2001: a parte chi la presiedeva, il prefetto Arnaldo La Barbera allora capo della polizia di prevenzione e poi defunto, c'erano il capo dello Sco, Francesco Gratteri, il vice Gilberto Caldarozzi, il vicequestore bolognese Lorenzo Murgolo, il capo della Digos genovese Spartaco Mortola e infine, convocato in fase "operativa", il capo del primo reparto mobile romano, Vincenzo Canterini. Ed ecco come stanno adesso le cose. Gratteri è stato prima nominato questore di Bari, sotto il governo Berlusconi, poi posto alla testa della direzione anticrimine, sotto quello Prodi, da Amato. A prendere il suo posto come capo dello Sco è stato lo stesso Caldarozzi, poi promosso da Amato dirigente superiore «per meriti straordinari» per il ruolo avuto nell'arresto di Bernardo Provenzano. Murgolo è l'unico salvatosi dall'accusa di falso e calunnia per la vicenda delle molotov attribuite ai manifestanti "sopresi" alla Pascoli e invece fatte portare lì dalla polizia, chiuse in un sacchetto azzurro passato di mano in mano - come testimoniato da un video che è stato "chiave" nelle indagini e nel dibattimento - fra lui, Gratteri, Caldarozzi, Canterini e il numero 2 dell'Ucigos Gianni Luperi, a Genova per coordinare le polizie internazionali: perché Murgolo stava là in rappresentanza di Ansoino Andreassi, prefetto straordinario per il G8 e ore prima, con l'arrivo di La Barbera inviato da De Gennaro, dissociatosi dalla gestione dell'ordine pubblico. Nel frattempo, comunque, Murgolo è diventato dirigente del servizio segreto militare. Mortola, invece, è divenuto capo della polizia postale e telematica e quindi questore vicario a Torino, da un governo all'altro. Canterini, a sua volta, è stato promosso a questore e distaccato in Romania per la branca South East Cooperation and Investigation della "polizia europea". Luperi, intanto, è stato dapprima indicato per coordinare le investigazioni europee sugli "anarco-insurrezionalisti"; ed è stato da poco posto a capo dell'Aise, che ha sostituito l' intelligence dell'ex Sisde - l'ultima promozione della serie.
Basterebbe questo, a capire. Ma se non bastasse si potrebbe fare un salto indietro, all'inchiesta interna che a fronte dell'iniziale ondata di denunce dell'opinione pubblica De Gennaro fu costretto a imbastire. L'unico risultato fu la rimozione dagli incarichi di tre dirigenti: lo stesso "dissociato" Andreassi insieme a La Barbera e al questore genovese Colucci, secondo le successive ricostruzioni i due restii all'operazione-Diaz.
In ogni caso, La Barbera non c'è più. Mentre proprio Colucci è l'uomo che ha "dannato" De Gennaro: perché il rinvio a giudizio chiesto ora si riferisce proprio alle telefonate fatte dall'ex capo (allora ancora tale) della polizia all'ex questore di Genova per fargli ritrattare la versione modificata in sede di deposizione sui contatti col Viminale quella notte. Pressioni dettagliate da Colucci in altre telefonate a Mortola, co-protagonista della vicenda delle "false molotov". Tutte telefonate dell'anno passato. Ma nel frattempo il ministro Amato ha nominato De Gennaro suo capo di gabinetto, sostituendolo con il successore designato Manganelli, l'unico dei "suoi" mai coinvolto dall' affaire di Genova.
E così si arriva alla dichiarazione di ieri: «Sono assolutamente tranquillo perché consapevole di non essere mai venuto meno ai miei doveri». Si prende atto. Come delle parole successive: «E' una vicenda di cui mi occuperò con i miei legali al momento opportuno. Ora sono impegnato ad assolvere un delicato compito (quello in Campania, ndr ) che il governo (in carica in attesa del voto, ndr ) mi ha affidato». Così, tanto per capirsi.
L'ex portavoce del Genoa Social Forum, l'attuale europarlamentare di Se Vittorio Agnoletto, chiede ora che Amato «revochi immediatamente l'incarico» di capo gabinetto. E chiosa:
«Ma sia Berlusconi che Veltroni tacciono». Ricordando: «Il governo Berlusconi gestì la repressione, ma ad organizzare il G8 a Genova furono i governi di D'Alema e di Amato, che affidarono proprio a De Gennaro ogni responsabilità». Già: e c'è da dire che la catena di rimozioni-promozioni si è completata in un governo partecipato da chi nel 2001 a Genova era con i manifestanti. Evidentemente ciò non è valso, o non è bastato.
Certo, c'è anche quanto ha annotato Francesco Caruso: «Veltroni dopo aver tentato di speculare elettoralmente sulla carneficina cilena della caserma Bolzaneto, oggi tace sul rinvio a giudizio di De Gennaro». E anche il prode collega D'Avanzo di Repubblica , attentissimo appunto al processo Bolzaneto, si è fatto "dare il buco" dal Corsera sullo scoop della richiesta dei pm su De Gennaro. Resta la "speranza" di Agnoletto che i magistrati genovesi «possano continuare a lavorare in autonomia anche dopo il 13 aprile». Quanto alla politica, s'è già visto. Proprio tutto, cioè niente.

postato da: clandestino30 alle ore 12:51 | link | commenti
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