Alcune considerazioni sulla natura della “Rivolta di Reggio”
1969 l’anno cruciale
Con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano il 12 dicembre 1969, che provoca 16 morti e decine di feriti, ha inizio il periodo più oscuro della vita politica italiana dal dopoguerra in poi che prenderà il nome di “strategia della tensione”
Per comprendere le motivazioni e gli obiettivi della “strategia della tensione”, occorre ricordare brevemente la fase politica che l’Italia attraversa sul finire degli anni ’60.
L’obiettivo degli ambienti più reazionari, con il consenso di ampi settori dell’apparato statale e militare appare chiaro: utilizzare il disordine e la paura per spostare a destra l’opinione pubblica, isolare la classe operaia e le organizzazioni dei lavoratori.
La carta della violenza politica e del terrorismo viene brutalmente usata in questa direzione. La strage di Piazza Fontana è l’inizio di questo triste periodo, quella della stazione di Bologna ne è, forse, il momento più intenso.
Durante quell’anno si verificarono ben 145 attentati o episodi di violenza (uno ogni tre gironi!) di impronta fascista. In un clima politico e sociale sempre molto teso, il Msi aumenta i propri consensi, tanto che Almirante in un comizio nel gennaio ’70 arriva ad indicare nel Msi “la sola alternativa morale e politica al centro-sinistra e quindi al comunismo”. Non erano solo parole, era oramai in fase avanzata un disegno eversivo sotterraneo, fatto non solo di violenze squadriste, ma di oscure convivenze tra apparati statali, servizi segreti, mondo finanziario e militare. Tanto è vero che verso la fine del ’70 vi è il tentativo , poi fallito nettamente, da parte di un gruppo di militari di mettere in pratica un tentativo di colpo di Stato denominato “Rosa dei venti”
È utile ricordare che tra il 1969 e il 1975 si verificarono 4388 attentati e atti di violenza, oltre l’80% dei quali è di impronta neofascista. Oltre all’attivismo di gruppi come Ordine Nuovo, Ordine nero, Squadre d’azione Mussolini (Sam), vi è la diffusione di un nuovo squadrismo neofascista, nei quartieri , nelle scuole, nelle università, (l’Associazione Partigiani d’Italia ha documentato in un libro nero oltre 400 azioni compiute nel biennio 1969-70 soltanto a Roma città).
Il punto più avanzato di questa strategia neofascista si raggiunge con la “Rivolta di Reggio Calabria”.
Come nasce
La “Rivolta di Reggio Calabria” inizia il 5 luglio 1970. la notizia che capoluogo il capoluogo della Regione sarà Catanzaro scatena i reggini che si sentono penalizzati moralmente ed economicamente.
Occorre innanzitutto ricordare la composizione sociale della popolazione reggina all’inizio degli anni ’70. Reggio Calabria in quel periodo era ancora una città in via di urbanizzazione, dei circa 170.000 mila abitanti, oltre il 30% era analfabeta, l’occupazione principale era il lavoro nei campi; le colture come bergamotto, olivo, gelsomino garantivano soltanto occupazioni stagionali, caratterizzate dalla precarietà.
L’industria, tranne la nascente O.Me.Ca. (del gruppo Iri-Fiat) è totalmente assente. La maggior parte dei reggini viveva allora, come oggi, di impiego pubblico e di piccolo commercio, scarsissime le infrastrutture e i servizi pubblici nella città, periferie degradate e scombussolate dalla mancanza di un piano regolatore, reddito medio tra i più bassi d’Italia, tutto questo avviene ovviamente in un contesto di perenne emigrazione dei reggini verso le città industrializzate del nord Italia.
Il desiderio di rivalsa verso una classe politica incapace di dare dignità alle popolazioni meridionali fece crescere negli stati più disagiati della popolazione un giusto e diffuso malcontento, che trovò quindi nell’attesa di avere il capoluogo regionale nella città dello Stretto un’occasione per ribellarsi al ceto politico del tempo.
In quei giorni la disperazione, la rabbia e la voglia di cambiamento degli strati più disagiati della popolazione reggina assunsero caratteristiche di massa.
Lo scoppio della “Rivolta” ebbe una enorme e convinta partecipazione popolare, mancò però una classe ( intesa come categoria economica e sociale) capace di mettersi alla testa della “Rivolta” ed indirizzarla verso un potenziale riscatto e cambiamento della società. Mancò a sinistra una classe dirigente capace di spiegare alla popolazione che i bisogni dei reggini e dei meridionali erano gli stessi.
Grandi e gravi sono quindi le colpe della sinistra di allora ed in particolare del PCI, che non seppero comprendere le rivendicazioni della popolazione reggina, sottovalutando le ragioni per le quali i proletari reggini scesero nelle strade..
La sinistra extraparlamentare, poco organizzata in città, non fu in gradi di incidere su questi eventi, la sinistra istituzionale scelse la via dell’autoisolamento, lasciando così campo libero al “comitato d’azione”, composto in gran parte da estremisti di destra, diretti da esponenti del Msi come Natino Aloi, Renato Meduri, e soprattutto Ciccio Franco, ed al “comitato unitario” controllato dalla Dc.
Essere “per Reggio” voleva dire essere “contro Roma”, contro il potere e contro quei politici che nella capitale si arricchivano alle spalle dei calabresi. Erano queste le parole d’ordine di chi dirigeva le operazione.
Cos’ il 13 luglio con il Sindaco in testa e l’appoggio di quasi tutti i partit, tranne il PCI e il PSI, viene proclamato lo sciopero generale in tutta la città, lo sciopero continua anche nei giorni seguenti fino al 15 luglio.
Da quel 13 luglio in poi, per oltre dodici mesi la città precipita in una recrudescenza criminale e violenta che non ha proprio nulla di politico.
Infatti, mischiati ai proletari reggini, che con rabbia e decisione scesero giustamente nelle strade per protestare, vi erano gli esponenti della destra eversiva, che in città trovarono copertura da parte della malavita locale, sostenuta e finanziata da facoltosi affaristi locali. I vari Freda, Delle Chiaie, Tilgher, Valerio Borghese, Rauti, e tanti altri, sono stati personaggi attivi all’interno della “Rivolta” che hanno avuto ruoli di primo piano durante la “strategia della tensione”.
Durante il periodo della “Rivolta” sono stati compiuti ben 16 attentati a sedi politiche di partiti e sindacati: 9 attentati sono stati compiuti contro sedi del PCI, 4 contro sedi del PSI, 2 contro sedi della CGIL, 1 attentato è stato compiuto contro la sede della DC.
Nello stesso periodo sono stati compiuti inoltre ben 52 attentati contro sedi di diversa natura, con il chiaro intento di spaventare l’opinione pubblica: enti locali ed uffici pubblici, scuole ed università, impianti pubblici, attività commerciali, abitazioni private ed automezzi.
In tutto il biennio 1970/71 si contano 204 feriti, di cui 178 tra i civili e 26 tra le guardie, si calcola inoltre che i danni procurati siano superiori ai cento miliardi di lire!
Giusto per ricordare le date più significative:
15 luglio ’70, in occasione della proclamazione del primo sciopero generale della città vengono prese di mira le sedi di PCI e PSI;.
16 luglio: Bruno Labate, ferroviere, iscritto alla Cgil, 46 anni, viene trovato morto dopo una violenta carica della polizia;
17 luglio: viene presa di mira dai manifestanti
22 luglio: alle 17,10 un attentato fascista alle linea ferroviaria nei pressi della stazione di Gioia Tauro provoca il deragliamento del “treno del sole”, muoiono 6 persone, Rita Caciccia 35 anni, Adriana Vassallo 49 anni, Letizia Palombo 48 anni, Rosa Fazzari 68 anni, Nicolina Mezzochino 70 anni, Andrea Cangeni 40 anni. Altre 50 persone rimangono ferite.
Il disastro ferroviario del 22 luglio 1970 non è mai stato chiarito, le indagini, molto blande e condotte nella solita esasperata lentezza non hanno individuato colpevoli o responsabili della tragedia. Una commissione d’inchiesta stabilirà che si tratta di un incidente, anche se diversi bulloni che fissano i binari sulle traversine verranno trovati allentati o addirittura svitati. Quattro ferrovieri verranno in seguito incriminati per il deragliamento del treno.
È utile ricordare che nel 1993 un collaboratore di giustizia di primo piano della ‘ndrangheta, più precisamente Giacomo Lauro affermò davanti ad giudice milanese che indagava su mafia ed eversione nera che “nel ’70 in Calabria si sviluppò un’alleanza trasversale tra criminalità organizzata ed eversione nera”, in quella stessa occasione Lauro affermò di “aver procurato l’esplosivo”, fece inoltre i nomi degli esecutori materiali (gente ormai deceduta), e chiamò in causa diversi esponenti della destra reggina, alcuni dei quali tuttora sono in attesa di giudizio con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.
17 settembre: nuovo sciopero generale, convocato dai comitati cittadini, quello unitario e quello d’azione. Angelo Campanella, 43 anni padre di sette figli, autista dell’Ama, rimane ucciso da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia durante violente cariche. In seguito agli scontri un gruppo di neofascisti muore un brigadiere dei carabinieri, Vincenzo Curigliano 47 anni.
Dall’ottobre dello stesso anno l’esercito avrà il compito di sorvegliare la tratta ferroviaria Reggio-Napoli visto che nella zona tra Reggio e Gioia Tauro ci furono in soli otto mesi più di trenta attentati a stazione ferroviarie, linee elettriche, linee ferroviarie.
Dall’inizio del 1971 l’esercito presidia costantemente la città
Il 14 gennaio Antonio Bellotti, 19 anni, agentedi ps, viene colpito da numerosi sassi lanciati dai fascisti contro un treno in sosta alla stazione di reggio carico di agenti che si accingevano a rientrare a Padova. Bellotti viene trasportato all’ospedale di Messina, dove morirà il 16 gennaio.
Il 4 febbraio
Nel marzo dello stesso anno la procura di Roma ordina la cattura di Valerio Borghese, per cospirazione contro lo Stato.
Il 17 settembre ’71 durante gli scontri sul ponte calopinace, un corpo d’arma da fuoco sparato dai neofascisti uccide Carmelo Jaconis, 25 anni barista.
Conclusione
A Reggio Calabria le forze neofasciste hanno preparato durante il periodo della “Rivolta” con la collaborazione di ampi settori degli apparati statali, il più grande tentativo di destabilizzazione democratica, conosciuta con il nome di “strategia della tensione”.
I protagonisti di quella dramattica stagione erano tutti presenti nella nostra città, la destra eversiva si è quindi impegnata attivamente nella “Rivolta” per tenere viva la rabbia popolare. La destra eversiva ha utilizzato i territori e la popolazione reggina per pianificare un disegno eversivo, poi fortunatamente fallito.
Quando la destra reggina rievoca quelle tristi pagine che ormai appartengono alla storia dovrebbe soltanto vergognarsi,. Da allora nulla è cambiato, tutto è peggiorato.
Basti pensare che quando la rivolta terminò nel febbraio ’71 l’allora presidente del Consiglio Emilio Colombo annunciò la costruzione a Gioia Tauro del 5° centro siderurgico più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di lire e oltre 10 mila posti di lavoro e della fabbrica della Liquichimica a Saline Joniche. La città e il ceto politico che aveva egemonizzato la “Rivolta” accettarono.
Fino ad oggi però nessuno ha mai visto nulla di quanto promesso, quello che abbiamo visto dalla “Rivolta” in poi è il “Sacco di Reggio”, gestito da una lobby di potere trasversale ai partiti, caratterizzata dall’intreccio tra malavita, massoneria e potentati economici, che ancora oggi determina le scelte politiche ed economiche dei nostri territori, soffoca lo sviluppo, dove è sempre più stretto il legame tra politica ed affari privati e dove continuamente vengono disattese le esigenze dei giovani e dei settori popolari della cittadinanza.
L’azione al monumento
L’azione dimostrativa compiuta al monumento “Reggio anni ‘70” aveva il solo intento di aprire una discussione in città su questi fatti. Un monumento fatto per ricordare, non può e non deve offendere la dignità e la memoria di tutti gli antifascisti reggini. Non si può raccontare la storia in modo distorto e a proprio piacimento.
Abbiamo coperto simbolicamente il monumento, e non deturpato, con l’auspicio che quanto prima un grande moto popolare porti via oltre al monumento, anche questo ceto politico becero e privo di ogni dignità!
