
Una storia tragica dalla Calabria sul senso di legalità e l’indifferenza per “l’altro”
di Gennaro Migliore - Capogruppo Prc-Se alla Camera dei Deputati
Lo scorso primo maggio i lavoratori di questa cooperativa non erano al corteo sindacale. Erano ad un funerale. Un funerale cui ha partecipato tutta la comunità rom di Reggio Calabria, in un dolore collettivo straziante e colorato, come sanno essere quelle comunità ferite e coese. Al funerale c’era tanta gente, ma non c’era nessuno delle istituzioni, dei sindacati, dei partiti. Solo qualche compagno: Nuccio Barillà, i volontari dell’Opera Nomadi, che rompevano l’isolamento dell’Occidente, italiano e razzista.
Del resto, perché presenziare al funerale di Cosimo Abruzzese? Perché un rom dovrebbe avere gli onori della cronaca? Il primo maggio, per giunta? Perché lo hanno ammazzato, con in dosso la tuta da lavoro, davanti al cancello della sua cooperativa, il 28 aprile. Perché ha lasciato quattro figli senza padre e una comunità intera nello sgomento. Perché è una vittima dell’intimidazione di mafia che sta dilagando in Calabria: due giorni prima l’incendio della cooperativa di Libera di Valle del Marro; due giorni fa l’incendio di venti alberi d’ulivo di un candidato di Seminara; e poi auto bruciate, bossoli di lupara all’associazione Don Milani di Gioiosa, minacce di morte al giovane candidato a sindaco di Rifondazione Comunista di Caulonia, Giovanni Maiolo. Perché qualcuno ha insinuato che era un “regolamento di conti” tra rom e che Cosimo Abruzzese aveva, addirittura(!), dei precedenti penali.
Perché le istituzioni non hanno inviato nessuno al funerale e nemmeno hanno spedito un telegramma alla famiglia e ai suoi compagni di lavoro. Perché era un uomo che non meritava di morire due volte: prima ammazzato, poi ignorato. Sicuramente non basta, ma questo dolore è anche nostro.
(Liberazione 12 maggio 2007)
