Il comitato politico regionale giudica il piano di rientro dal debito della sanità calabrese – predisposto dal Presidente Loiero – inadeguato alle esigenze dei calabrersi.
Il nodo economico del debito viene affrontato attraverso scelte politiche che, attraverso la riduzione di servizi essenziali, l’introduzione dei ticket, la soppressione di ospedali e strutture varie, penalizzano l’offerta dei servizi sanitari e, di conseguenza, il diritto alla salute.
Come sempre accade, il risanamento economico di una gestione politico-affaristica e criminale viene scaricata sui cittadini.
Quando, una Regione come la Calabria (dove 1/3 della popolazione vive in 324 piccoli Comuni al di sotto dei 5000 abitanti, e che i Comuni che superano i 10 mila abitanti sono solo 35) riceve 3,2 miliardi di euro per il funzionamento di 42 Ospedali e 11 ASL, con 23 mila persone addette, ci troviamo di fronte, non solo ad un sistema che non funziona, ma ad un intreccio di sprechi, ruberie e malvessazioni che possono realizzarsi solo dentro una radicata convivenza tra criminalità organizzata e gestione politica.
La salute non è una merce, la crisi non devono pagarla i lavoratori.
Le ruberie, i rapporti politico affaristici con la criminalità organizzata non possono e non devono essere scaricati sui cittadini.
Il Sud ha bisogno di governi coraggiosi, onesti e capaci di contrastare la radice del male profondo che lo attraversa.
Compito nostro, dei comunisti, è quello di battersi affinché un diritto sia un diritto e perché nella coscienza popolare tale diritto non sia assunto come un favore.
Pertanto
tenuto conto del parere negativo espresso dal responsabile nazionale sanità del Prc Marco Nesci nell’incontro di luned’ u.s. con la segreteria regionale;
ritenuto
il voto favorevole espresso dall’Assessore Guagliardi nella giunta del 31 marzo u.s. esiziale per l’immagine del prc, oltre che immotivato in quanto espresso senza alcun mandato da parte del partito;
questo comitato politico regionale impegna i propri rappresentanti istituzionali in consiglio regionale ad esprimere voto contrario al succitato piano sanitario.
Danilo Barreca
Giuseppe Canale
Lucio Cortese
Rossella Morrone
Massimo Mezzatesta
Mimmo Serrao
Il Comitato Politico Federale di Reggio Calabria ritiene che l’approvazione dell’ emendamento all’interno del DDL Calderoli sul federalismo fiscale, DDl che – fra le altre cose – istituisce “l’area metropolitana” di Reggio Calabria, sia l’ennesimo artificio politico del sindaco Scopelliti e del presidente del Consiglio Regionale Bova finalizzato a coprire il trasversalismo politico ed amministrativo che governa la politica reggina in molti settori: dalle assunzioni alle consulenze, fino agli appalti.
L’idea di un’area metropolitana quale strumento di integrazione di territori, di comunità, di genti, di economie, di culture è un’idea di grande valore, da sostenere con forza. Tuttavia, sull’istituzione formale dell’area metropolitana di Reggio o dello Stretto (quanta confusione!) permangono molti dubbi e molte ambiguità, al punto che – ad oggi – la si può considerare come una scatola vuota (i contenuti sono ancora tutti da stabilire) di cui non si conoscono né le esatte prospettive né le effettive potenzialità.
Scopelliti e Bova, invece di parlare in astratto, farebbero bene a parlare di cose concrete: ad esempio, di una città, quella di Reggio Calabria, priva totalmente di acqua potabile all’interno delle abitazioni, con servizi sociali e sanitari ridotti al minimo e con costi gestionali, come ad esempio quelli delle società miste, tra i più alti d’Europa, una città senza strade, senza legalità, senza vivibilità, una città che le statistiche nazionali collocano agli ultimi posti in quanto a qualità della vita.
I parlamentari reggini e calabresi del PD dovrebbero invece spiegare agli elettori perché non si sono opposti ad una legge, voluta dalla Lega Nord, che – se approvata anche al Senato – sarebbe fortemente penalizzante per le regioni meridionali e aumenterebbe il divario sociale tra le regioni ricche del nord e quelle già ampiamente penalizzate del sud.
Ciò detto e considerato, il Comitato Politico Federale del PRC di Reggio Calabria
intende
ribadire la propria totale contrarietà alle legge sul federalismo fiscale voluta da Berlusconi e Bossi,
impegna
il partito provinciale in tutte le sue articolazioni ad una forte mobilitazione sul tema.
Reggio Calabria 7 apr. 09
È successo tutto alla chetichella, il 31 ottobre del 2008. Ma la notizia è diventata di dominio pubblico appena poche settimane fa, quando il decreto di salvataggio è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale regionale.
Un decreto a dir poco sorprendente. Perché non soltanto stabilisce che un intero ramo d’azienda di Sviluppo Italia Calabria (in pratica quasi tutta la società), una controllata di Sviluppo Italia messa in liquidazione in seguito alla ristrutturazione di quel carrozzone pubblico, debba essere assorbito in blocco dalla Regione. Ma perché nel provvedimento sono anche citate per nome e cognome in un elenco allegato «che diventa», perché evidentemente non ci siano equivoci, «parte integrante e sostanziale» del provvedimento, i 100 fortunati che devono essere trasferiti dagli inferi della liquidazione al paradiso del libro paga regionale.
Non direttamente, s’intende. Come potrebbe la Regione assumere 100 persone senza concorso? Non potrebbe. Tutti questi dipendenti di Sviluppo Italia Calabria passeranno quindi armi e bagagli a un organismo regionale, la Fondazione Field, dove «Field» è l’acronimo di «Formazione Innovazione Emersione locale e Disegno territoriale». Di che cosa si tratta? È una struttura costituita dalla Regione nel 2003, quando presidente della giunta di centrodestra era Giuseppe Chiaravalloti, con l’obiettivo di far emergere il lavoro nero, e al cui vertice l’attuale giunta di centrosinistra presieduta da Agazio Loiero ha collocato Mario Muzzì: ex sindacalista Cisl, democristiano di lungo corso, poi margheritino, quindi loierano doc e tra i fondatori del Partito democratico meridionale.
L’operazione è frutto di un accordo stipulato alla fine di ottobre dello scorso anno fra la Regione Calabria, Sviluppo Italia e il ministero dello Sviluppo economico di Claudio Scajola. Tradotto il 3 novembre successivo in una delibera della giunta quindi in un decreto del 21 novembre pubblicato sul Bollettino regionale il 19 marzo 2009. E sarebbe una delle solite vicende di chiara impronta assistenzialista delle quali purtroppo la storia delle amministrazioni pubbliche italiane (e meridionali in particolare) è costellata, se non fosse per un particolare non trascurabile.
Sviluppo Italia Calabria si meritò nel 2007 l’onore delle cronache per un articolo pubblicato da Gabriele Carchidi sul quotidiano La Provincia Cosentina, corredato da una lista di 34 persone assunte negli anni da quella società. Figli, fratelli e congiunti di ex sindaci, ex parlamentari, sottosegretari e capibastone dei partiti locali. Ma anche di giudici, marescialli e dirigenti regionali. Quando non addirittura politici in carica.
Una lista, manco a dirlo, nella quale si ritrovano molti, una ventina almeno, dei 100 trasferibili per decreto alla Fondazione della Regione. C’è Antonio Mingrone, secondo l’inchiesta della Provincia Cosentina nipote dell’ex deputato di Forza Italia Battista Caligiuri. E poi Luigi Camo, figlio di Giuseppe Camo, ex deputato della Margherita, attuale presidente della Sorical, la società per le risorse idriche calabresi controllata dalla Regione. Ma anche Giada Fedele, consorte dell’ex vicepresidente del consiglio regionale, ora deputato dell’Udc di Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, Roberto Occhiuto. Insieme a Cecilia Rhodio, figlia di Guido Rhodio, già presidente Dc della Regione Calabria, sindaco margheritino del comune di Squillace. Ad Andrea Costabile, nipote di Gino Trematerra, ex senatore dell’Udc ora candidato alle elezioni europee. A Emilio De Bartolo, già esponente diessino, assessore al comune di Rende. A Carlo Caligiuri, figlio dell’ex consigliere regionale (anch’egli dei Ds) Enzo Caligiuri. A Olga Rizza, citata nell’inchiesta del quotidiano cosentino in quanto figlia dell’ex vicepresidente aennino del consiglio regionale Domenico Rizza. A Rita Fedele, presentata dallo stesso giornale come cugina dell’ex deputato di Forza Italia Luigi Fedele...
Perché proprio loro? Semplicemente perché fanno parte del ramo d’azienda di Sviluppo Italia Calabria che è «oggetto del trasferimento » alla Fondazione Field. Il ramo, testualmente, è questo: «Attività rivolte all’analisi economica territoriale, allo sviluppo del territorio attraverso politiche di marketing territoriale, alta formazione, ricerca industriale e sviluppo pre-competitivo; attività finalizzate allo sviluppo dell’autoimprenditorialità e dell’autoimpiego; attività di servizi a supporto del sistema imprese finalizzata a favorire il decollo di iniziative imprenditoriali di piccole medie dimensioni mediante lo strumento dell’incubatore d’impresa ».
E vogliamo dare torto a Tripodi perché chiede preoccupato a Loiero che fine faranno «i 38 dipendenti» di Sviluppo Italia Calabria «collocati in stand by» affermando di avere la certezza che alcuni di quei 38, per non dire tutti, siano stati esclusi ingiustamente?
da strill.it
COORDINAMENTO REGIONALE SICILIANO "CONTRO G8"
CONTRO I PROGRAMMI DI DISTRUZIONE SOCIALE E AMBIENTALE DEI "GRANDI" DELLA TERRA
PER LA DIFESA DEL TERRITORIO, DELL'AMBIENTE, DELLA VITA, DEL REDDITO, DEL LAVORO
I ministri per l'ambiente degli otto governi cosiddetti più grandi del mondo, grandi sostenitori e applicatori delle politiche liberiste, grandi inquinatori, grandi devastatori, grandi responsabili del declino inarrestabile del Pianeta e dell'oppressione dei suoi abitanti, arriveranno a Siracusa e si barricheranno dentro il castello Maniace dell'isola di Ortigia.
A otto anni dalla rivolta di Genova gli 8 grandi troveranno ad attenderli, con la stessa determinazione di sempre, i movimenti che hanno riempito le piazze di tutto il mondo per opporsi al neoliberismo, allo sfruttamento, alla guerra, alla devastazione del pianeta. Sono movimenti presenti anche in Sicilia impegnati da sempre a difendere i territori, la salute, la vita, sostenere l'Antimafia Sociale, affermare i diritti fondamentali, costruire la solidarietà ai migranti, salvaguardare il valore delle differenze e le ragioni delle minoranze.
Siracusa rappresenta il simbolo della distruzione ambientale e umana, causata da sfruttamento estremo del territorio in nome dello "sviluppo a tutti i costi" a esclusivo vantaggio del profitto privato e del gioco dei politicanti locali, così ben rappresentati in parlamento e al governo, poggiante su solide saldature tra massoneria, politica, mafia.
La scelta di questa città come sede del summit sull'ambiente, voluto dalla ministra per l'ambiente Stefania Prestigiacomo, è paradossale perché l'area siracusana, limitrofa al triangolo della morte "Priolo-Augusta-Melilli" e all'area di Noto sfregiata dalle trivellazioni, è tra le più inquinate d'Italia e si appresta a superare ogni primato con l'arrivo di un rigassificatore e un inceneritore previsti dal governo di cui la Prestigiacomo fa parte.
Non dimentichiamo che la ministra, col possesso di tre aziende di famiglia presenti nel triangolo della morte (Coemi spa, Vetroresina engineering development, Sarplast -fallita), è una vera "figlia d'arte" quanto a pertinace impegno antiambientale. È anche azionaria di un'azienda gestita dal padre (Ved), sulla cui testa incombono processi per bancarotta fraudolenta, trattamento e smaltimento illegale di rifiuti, violazione delle norme di sicurezza nei confronti dei dipendenti. Eppure, con questo curriculum, con inverosimile spudoratezza osa ergersi a paladina dell'ambiente!
L'operato della famiglia Prestigiacomo ci sembra emblematico di un sistema di potere governativo. Le classi politiche che hanno amministrato questi territori possono fregiarsi di molti record negativi su scala nazionale e internazionale. Da mezzo secolo le multinazionali del petrolio e della chimica hanno inquinato aria, terra, acqua e annientato ogni forma di vita, ingannando la popolazione col miraggio del posto di lavoro. Le persone sono state e sono aggredite dai veleni, le famiglie sterminate dal cancro, la popolazione espropriata della speranza di un futuro, frustrata dall'impossibilità di consegnare un avvenire ai figli, la cui vita, come quella di ogni essere vivente dell'area siracusana, è segnata da rischio certo. Questo accade in un territorio, quello siciliano, che da sempre ha vissuto sulla propria pelle le scelte spregiudicate di un potere coloniale che impone privatizzazione di beni comuni come l'acqua, attua ostili processi di militarizzazione, espropria intere fette di territorio alle popolazioni locali (la base di Sigonella), si accinge a progettare e costruire, con costi altissimi per la popolazione, macchine di morte come inceneritori, rigassificatori e centrali nucleari, realizza il grande carcere per migranti a cielo aperto di Lampedusa e molti altri "guantanamo", nostrani, semisegreti. E per non smentire l'arroganza colonialista del governo italiano, a coronamento del danno, si annuncia la beffa: un ponte faraonico, devastante per il territorio e di cui nessuno ha bisogno tranne l'avidità di governanti, ideatori e costruttori, palese espressione di delirante megalomania, estranea alla realtà e antitetica ai bisogni reali di sostegno e tutela delle popolazioni e dei luoghi.
Denunciamo questi attacchi contro la Sicilia e conosciamo anche cosa gli impostori del G8 fanno "per l'ambiente" sull'intero pianeta. I G8, riuniti per trattare a gran voce questioni ambientali, vanno a programmare nuovi saccheggi, impoverimenti, disastri sempre più traumatici per il pianeta, per il suo ecosistema, per l'umanità, praticando a livello mondiale quanto a livello locale agiscono i loro vassalli.
Non sapendo e non volendo cambiare rotta, scelgono di servirsi di vaste regioni della terra per farne sterminate discariche e preferiscono trasformare in nubi di diossina gli scarti del sovraconsumo di massa che hanno indotto, quando è ormai improrogabile ripensare i modelli di vita e di produzione/consumo e investire sulle conosciute e sane energie rinnovabili e sulle innocue e proficue, anche in termini di posti di lavoro, tecniche di riciclaggio dei rifiuti.
Il peggioramento delle condizioni di vita di interi pezzi di popolazioni testimonia il fallimento delle teorie economiche neo-liberiste, generatrici del drastico aumento della sperequazione sociale, della totale precarizzazione del lavoro in nome della "flessibilità", della scomparsa del lavoro stesso.
Quello che è stato sbandierato e propinato al mondo come migliore "modello di sviluppo", attraverso l'innesco di un processo di omologazione planetaria di consumo detta globalizzazione, è figlio dell'ultimo ruggito dell'esasperato capitalismo che ha scelto l'autocapitalizzazione della finanza, da un lato, e lo sfruttamento estremo di risorse e lavoro, dall'altro. Due vortici senza controllo e senza limiti, voluti e garantiti dai governi, che scaricano sugli anelli più deboli della catena il prezzo impagabile di questa escalation: lavoratori schiavizzati, popolazioni allo stremo, risorse in prosciugamento, cancellazione di ecosistemi. Il modello di sviluppo globale "all'infinito" inciampa e si infrange di fronte ai confini fisici del pianeta per l'incompatibilità fra la pretesa vorace e la disponibilità che si riduce, una pseudofilosofia che deve fare i conti con gli equilibri degli ecosistemi globali e locali, con le ricchezze delle diversità culturali e con i relativi tessuti sociali.
Le scelte dei governi di socializzare il debito e privatizzare gli utili, attraverso le elargizioni "statali" a banche e imprese, stanno aggravando i processi involutivi ancora a danno delle popolazioni. Addirittura si pretende di andare nella stessa direzione, come nel caso italiano, inventando inutili, rovinosi e costosissimi ecomostri da fare gravare sulle comunità, imponendoli con la forza, attraverso repressione del dissenso e militarizzazione dei territori.
Ma non possono e non devono essere queste le scelte volte a sanare i disavanzi pubblici prodotti da comitati d'affari, oggi direttamente governanti, coinvolti in vorticosi traffici miliardari; non dovranno essere pagati dai cittadini i debiti causati dalla finanza "creativa" che ha preteso di considerarsi sganciata dall'economia reale.
Noi, figli di questa terra devastata, non vogliamo stare a guardare un G8 che mortifica la vita e offende l'intelligenza. Reclamiamo la partecipazione attiva della popolazione perché cominci finalmente a divenire protagonista delle scelte del proprio destino e di quello dei luoghi a cui appartiene. Non aspettiamo che i grandi avvoltoi ed il loro seguito di sciacalli banchettino coi nostri
cadaveri. Invitiamo tutti a impegnarsi per la preparazione di questo importante appuntamento e a lavorare per proseguire, dopo questa tappa, su un percorso responsabile di riappropriazione del diritto di autodeterminazione.
Chiamiamo a raccolta ogni forma di aggregazione sociale, culturale e politica e quante altre persone disposte a impegnarsi per cambiare questo stato di cose attraverso un ampio fronte di dissenso contro coloro che giocano con i destini della nostra terra e delle nostre comunità. Ancora una volta pensiamo che i conflitti sociali siano l'unica via d'uscita dalle crisi e continuiamo la nostra lotta al sistema di sfruttamento e alle istituzioni nazionali e sovranazionali che lo rappresentano.
Il coordinamento regionale "Contro G8" promuove tre giorni di mobilitazione a Siracusa, 22, 23 e 24 aprile, in cui si contesterà con determinazione il vertice di Ortigia e si confronteranno proposte concrete, coniugabili con la tutela primaria del pianeta, dell'integrità dei suoi molteplici equilibri, di tutti i viventi, dell'umanità tutta e dei suoi diritti fondamentali.
23 APRILE - MANIFESTAZIONE CON CORTEO CONTRO G8
- CONCENTRAMENTO h. 14,00 -