Proposta di ordine del giorno
Il nostro congresso ha davanti a sé un obiettivo: definire una linea che permetta al nostro partito di rilanciare il proprio profilo strategico e la propria autonomia politica, mettendo entrambi al servizio di un processo di ricostruzione dal basso della sinistra d’alternativa.
Riteniamo che anche le/i Giovani Comuniste/i, in quanto parte integrante del partito e comunità politica non estranea alle sorti della sinistra italiana (e alle condizioni materiali di quella parte del Paese che potrebbe subire conseguenze devastanti dalla definitiva messa in crisi delle forze progressiste), debbano essere protagonisti di questo progetto.
Un grande progetto di «riconnessione sentimentale» con il nostro popolo, con i bisogni e i sentimenti delle classi subalterne e in particolare di quella generazione direttamente colpita - a livello materiale e culturale - dalla piaga della precarietà lavorativa ed esistenziale.
Per essere all’altezza di questa sfida abbiamo bisogno di un’organizzazione che, nella pratica di una reale autonomia nei confronti del partito, trovi la forza e la capacità di rimettersi in piedi, superando una tendenza imbarazzante all’indebolimento territoriale e della militanza; una inefficacia dell’azione politica sempre più cronica; una distanza ormai profondissima tra i coordinamenti locali e l’esecutivo nazionale; una frequente difficoltà di relazione persino nei confronti di quei movimenti e soggetti del conflitto sui quali avevamo investito tanta parte della nostra proposta politica.
Non descriviamo questa realtà per addossare ad altri responsabilità. Siamo tutti corresponsabili di una condizione che però, oggi, va indagata per come oggettivamente si presenta. E per la cui soluzione ciascuno di noi ha il dovere di proporre suggerimenti e indicazioni.
Noi individuiamo tre priorità.
La prima è investire speditamente sulla migliore innovazione (che è ben altro dal nuovismo dilagante), nelle pratiche e nella cultura politica, che, come Gc, abbiamo saputo produrre in questi anni, rendendola parte imprescindibile del patrimonio collettivo del partito. Pensiamo alla scelta di vivere dall’interno la stagione dei movimenti; all’affermazione della centralità decisiva del pensiero della differenza e dell’autodeterminazione; all’impegno ad un dialogo paritario nei confronti dei «focolai di resistenza» esterni all’organizzazione e disseminati nel Paese. Una innovazione che riteniamo sia feconda nella misura in cui rimane intrecciata al rilancio della nostra soggettività di comuniste e comunisti del XXI secolo.
La seconda è rigettare l’idea secondo cui un contesto produttivo in rapida trasformazione e un’idea della politica sempre più ridotta a marketing e immagine inducano meccanicamente la necessità di liberarsi delle forme consolidate della politica e dunque anche della nostra organizzazione giovanile. In quest’ottica leggiamo, con preoccupazione, la proposta di dare vita ad una nuova soggettività politica che superi, nella forma dello spazio pubblico della «costituente della sinistra», l’esperienza delle/i Giovani Comuniste/i. Noi lo diciamo senza ambiguità o reticenze: contrastiamo tale ipotesi e ci impegniamo ad investire sul rilancio dei Gc e sul loro radicamento territoriale, in ogni paese, in ogni città, in ogni periferia e in ogni luogo del conflitto sociale, dando così un senso reale ed efficace all’idea di «spazio pubblico» che da sola dice ben poco.
La terza, infine, riguarda le forme e le regole della nostra comunità. Ambire a rilanciare l’organizzazione giovanile significa puntare a ricostruire il senso di un’appartenenza unitaria. Ciò può avvenire se, finalmente, si dà corpo a forme di partecipazione e di iniziativa che rimettano al centro realmente la democrazia e l’orizzontalità. Negli ultimi mesi ciò è drammaticamente mancato, come dimostra la scelta di investire sul «Network giovani» e di imporlo ovunque senza considerare le specificità di ogni singola realtà locale, senza aver mai convocato, per discuterne, l’organismo dirigente nazionale o, con sistematicità, gli stessi territori.
In questo senso riteniamo essenziale (e per nulla liturgica) la cura della nostra formazione e auto-formazione e, al contempo, il tentativo di dare alla nostra militanza il valore di un’esperienza sociale incisiva, percepita all’interno del territorio come utile alla coesione e alla solidarietà, argine alla frammentazione sociale.
Possiamo rimediare ai nostri errori, dimostrando che saperli riconoscere è segno di intelligenza politica e di onestà intellettuale, oltre che la premessa necessaria per ricominciare.
Dobbiamo ripartire dalle/i Gc, un punto fermo, anche se in costante ricerca. Ripartire da ciò che ha permesso ad ognuno di noi di non sentirsi ospite né nel partito né nei movimenti. Ripartire da noi stessi e dalla società, dai suoi bisogni e della sue richieste, dal dialogo -come abbiamo fatto in questi anni, da Genova a Firenze, dalla Val di Susa a Vicenza - con tutti i soggetti della resistenza: i collettivi, le reti contro la guerra, l’auto-organizzazione di studenti, donne, lavoratori, migranti. Con questo spirito ci impegniamo a lanciare, per il prossimo autunno, tre grandi campagne di massa:
-una contro la precarietà del e sul lavoro, ponendo l’obiettivo dell’abrogazione della legge 30;
-una per scuole e università di massa (e non massificate) pubbliche e gratuite;
-una contro il razzismo di massa e la ignobile strumentalizzazione del tema della sicurezza.
Ce lo chiede innanzitutto un’epoca di offensiva capitalistica e una fase politica, quella che si è aperta con la sconfitta elettorale di aprile e l’avvio su vasta scala di rigurgiti xenofobi e fascisti, terrificanti. Ce lo chiede il nostro «popolo».
Ma, come abbiamo sempre detto, «il nostro tempo è qui e comincia adesso». Per questo vogliamo raccogliere e vincere la sfida
INTERVISTA A PAOLO FERRERO -
PARLA tre quarti d’ora di una sconfitta «sottovalutata» e del fatto che «il problema oggi non è la costruzione di un nuovo centrosinistra», dell’errore commesso entrando nel governo Prodi «con i rapporti di forza a noi così sfavorevoli» e della necessità di «ricostruire un’utilità sociale della sinistra», dell’operazione «politicista» dell’Arcobaleno che ora rischia di ripetersi col processo costituente proposto da Vendola, del comunismo che «non è una tendenza culturale ma una forza materiale», della pericolosità di «abbandonare i punti di riferimento tradizionali quando non se ne hanno altri con cui sostituirli». Poi fa un esempio, Paolo Ferrero, per difendere la sua proposta politica per il congresso di Rifondazione comunista: «La Chiesa cattolica, dopo aver perso i referendum su divorzio e aborto, ha ricominciato dagli oratori, non da Ruini», dice il valdese Ferrero. «Di fronte a una società che le ha detto “non ci rappresenti”, non si è arroccata, ha ricominciato su un altro terreno. A Ruini ci è arrivata. Dopo 30 anni. Ma ci è arrivata». 
Bertinotti domani spiega quelle che per lui sono le ragioni della sconfitta. Lei che dice?
«Che non siamo riusciti a dimostrare l’utilità sociale della sinistra. La gente ha pensato che non servissimo a niente».
Motivo?
«I due anni di governo, il fatto che il Pd invece di applicare il programma concordato ha mediato su ogni punto con i poteri forti».
Sempre colpa del Pd, voi non avete sbagliato niente?
«Noi abbiamo sbagliato l’analisi del congresso di Venezia, e quando dico noi dico che io sono responsabile di questa sconfitta quanto Fausto Bertinotti e Franco Giordano».
Dov’è stato l’errore, porvi la questione del governo?
«L’errore è stato pensare che nonostante fossimo sconfitti nella società, potessimo nel cielo della politica fare un’operazione di costruzione del programma e di condizionamento dell’Ulivo. Siamo stati velleitari, pensavamo con una lametta da barba di riuscire a fare un buco in un muro d’acciaio. Il progetto è fallito e ha determinato la rottura del rapporto tra la sinistra e la società. Per questo ritengo sbagliato, come fa Fava, proporre una ricostruzione del centrosinistra».
Qual è allora la priorità oggi?
«Costruire una sinistra di alternativa che faccia fino in fondo i conti col suo radicamento sociale e la sua utilità sociale. Perché a questo punto dobbiamo dare una risposta a chi si domanda chi sono quelli di sinistra. Io dico che sono quelli che quando una famiglia è sotto sfratto vanno a fare picchetto, perché se non sono questo sono soltanto un pezzo di ceto politico che quando va al governo fa cose non così dissimili dagli altri e con un’utilità marginale rispetto agli altri».
Per superare questa marginalità non è meglio dar vita a un processo costituente, come propone Vendola?
«No perché è un’operazione politicista, dall’alto, proprio come la Sinistra arcobaleno. A chi dice che ci dobbiamo unire per non scomparire ricordo che noi ci siamo uniti e siamo scomparsi dal Parlamento. Ora vediamo di non scomparire anche dalla società. Anche perché il problema adesso non è serrare le fila e prepararci al voto tra cinque anni. La destra sta lavorando a smontare ulteriormente i legami sociali. Se vanno avanti così sul mondo del lavoro, sulla sicurezza, sull’uso delle emergenze per smontare l’ordinamento giudiziario, tra cinque anni ci saranno le basi per impedire politicamente, culturalmente e socialmente la possibilità di costruzione di una sinistra. Oggi dobbiamo fare opposizione alle politiche della destra con un lavoro capillare, costruendo case della sinistra in tutti i quartieri, per discutere non di come fare le liste per il mese dopo, ma di come si riesce a mettere assieme comitati e associazioni per costruire sul territorio vertenze, fare esperienze di mutualità».
Non si possono fare insieme, costituente e ricostruzione dell’utilità sociale?
«Primo, a seconda di dove si punta il riflettore si determinano particolari esiti. Secondo, tra di noi dobbiamo dirci con chiarezza se Rifondazione comunista serve per l’oggi e il domani o se è una forma politica e un progetto politico che deve andare a chiudersi. Perché per me il Prc è utile, per chi parla di costituente diventa dannosa per processi cosiddetti più avanzati».
Vendola e i sostenitori della sua mozione negano che vogliano sciogliere il partito.
«Nella mozione si parla di nuovo soggetto politico unitario. Che vuol dire? E poi si parla di costituente della sinistra, quindi non si chiama più comunista. Con due effetti. Il primo: apre lo spazio per una costituente comunista, e quindi divide e non unisce il campo della sinistra. Il secondo: si chiude l’ipotesi politica di fondo del Prc, che è quella di tenere assieme l’appartenenza a un filone politico, il comunismo inteso come idea della rivoluzione, di critica radicale al modo di produrre ricchezza, con l’innovazione. Comunismo e rifondazione, le due cose stanno assieme. Se parli di costituente di sinistra le separi, con l’innovazione che va da una parte, non si capisce bene dove, e il comunismo da un’altra, verso una caricatura».
Non è tempo di archiviare falce e martello?
«Io sono protestante e quindi tendenzialmente iconoclasta. Però l’idea che si possa aggregare chi subisce sfruttamento in assenza di punti di riferimento è priva di fondamento».