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mercoledì, 27 febbraio 2008

ADESSOO MANCA SOLO DE GENNARO.......

"Dopo De Sena, capolista in Calabria, adesso tocca ad Achille Serra in Campania: mi sembra chiaro che Veltroni con le candidature dei prefetti proceda ad un vero e proprio commissariamento del partito democratico nel mezzogiorno". Lo ha dichiarato Francesco Caruso (Prc). ''Io ho profonda stima e rispetto per il prefetto Serra, ma questo ricorso del PD ai prefetti nel mezzogiorno significa ammettere l'incapacita' e l'inadeguatezza della propria classe politica locale

postato da: clandestino30 alle ore 19:18 | link | commenti
categorie: news

ASSURDA LA DECISIONE DEL GOVERNO!!

DICHIARAZIONE DI NINO DE GAETANO SU SCELTA DEL GOVERNO SUL RADDOPPIO INCENERITORE

“Trovo assurda la decisione del Consiglio dei Ministri di impugnare la legge regionale, che aveva come primi firmatari il sottoscritto e l’assessore all’Urbanistica, Michelangelo Tripodi e che bloccava i lavori del raddoppio dell’inceneritore di Gioia Tauro. Il Governo, ad eccezione del Ministro di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, che ha espresso il suo forte dissenso votando contro, ha assunto una grave decisione che susciterà certo una nuova ondata di mobilitazione e di protesta nella piana di Gioia Tauro. Appena due mesi fa, proprio contro l’ipotesi del raddoppio dell’inceneritore, vi era stata una grande manifestazione di dissenso da parte delle popolazione locale, un chiaro segnale che l’ipotesi del raddoppio non incontrava affatto il favore dei cittadini. Ritengo che dietro la decisione del CdM si celi un grosso problema: dal punto di vista delle scelte in materia di politiche ambientali, le indicazioni del Pd, e il programma presentato da Veltroni, sono assolutamente identici a quelli del Popolo della Libertà; infatti, anche il Governo Berlusconi, nel 2005, impugnò la precedente legge sul blocco del raddoppio. L’idea di fondo del PD e del PDL, di cui la decisione sull’inceneritore di Gioia rappresenta un primo chiaro segnale esplicativo, è che Termovalorizzatori, Rigassificatori, Centrali a turbo-gas, non solo non producano alcun impatto ambientale, ma siano fonte di sviluppo economico. Immaginiamo cosa succederebbe alla nostra provincia, già indicata come pattumiera della Calabria e del Meridione, qualora dovessero realizzarsi tutti gli impianti previsti e prima citati (non dimentichiamo anche il progetto della centrale a carbone di Saline): le conseguenze sarebbero devastanti per la salute dei cittadini, per l’economia locale, per il tessuto produttivo della nostra provincia, che ha nella piana di Gioia Tauro uno dei punti di eccellenza con produzioni agricole di qualità.sacco di reggio1

 In materia di tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini occorre, invece, dare un chiaro segnale di discontinuità non solo con le politiche attuate in passato dalla destra ma anche con le idee di Veltroni, che, da questo punto di vista, non si dimostra affatto innovativo. Occorre, a nostro avviso, elaborare una forte idea di sviluppo territoriale dove l’ambiente, vero bene comune per le popolazioni calabresi, sia valorizzato e non devastato in nome di un’ideologia produttivista e predatrice del territorio. Basti pensare all’idea alternativa di sviluppo che si è elaborata in questa ultimi mesi intorno all’area di Saline e che sarebbe realmente in grado di rilanciare un fetta di territorio, a differenza dell’industrializzazione forzata che, invece, ha prodotto solo danni al tessuto sociale e ambientale. Contro la decisione del Governo, sostenuto dal PD di Prodi e Veltroni, la Sinistra arcobaleno, unica e vera forza politica che in Italia si pone in netta discontinuità con le politiche ambientali del passato, è decisa ad andare sino in fondo. Chiederemo alla Regione Calabria di impugnare la decisione del Governo davanti alla Corte costituzionale e nello stesso tempo, continueremo a non far mancare il nostro appoggio alla popolazione della Piana e al Movimento per la Difesa del Territorio, al fine di tenere alta la mobilitazione ed evitare il raddoppio dell’inceneritore che rappresenterebbe una vera sciagura per il nostro territorio”.

postato da: clandestino30 alle ore 18:55 | link | commenti
categorie: comunicati stampa

Accademia Belle Arti, venti di guerra

da www.strill.it

di Emanuela Martino 

“Venti di guerra” all’Accademia di Belle Arti. A sollevare le polemiche la neo - eletta Consulta degli studenti che ha scelto di sposare la causa dei colleghi di Bologna nel denunciare le presunte azioni illecite dell’attuale direttore Alessandro Manganaro. La questione, controversa, necessita di alcuni chiarimenti preliminari. Fino all’emanazione del Decreto del Presidente della Repubblica n.212 del 2005, nelle Accademie, così come nei Conservatori di Musica, ma con percorsi annuali diversi, esistevano dei corsi di studio oggi denominati “vecchio ordinamento” che per le Belle Arti avevano durata quadriennale. I diplomi conseguiti in entrambe le istituzioni hanno valore equivalente, ai fini dei titoli e degli sbocchi lavorativi, alle lauree universitarie, secondo quanto stabilito dalla Legge 508 del 1999. Il Dpr n. 212/2005 ha di fatto riorganizzato i percorsi formativi degli enti per l’alta formazione artistico – musicale, stabilendo, in particolare per le Accademie, di ripartire i corsi di studio in un triennio che consente l’acquisizione di un diploma di primo livello e un biennio di secondo livello o specialistico. Nulla di tanto lontano dall’attuale 3+2 in cui sono ripartiti gli attuali corsi universitari. Le modifiche all’ordinamento degli studi non mutano per i diplomati neanche le possibilità di accesso ai corsi di specializzazione per l’insegnamento (Ssis). Nello stesso decreto, all’articolo 12, comma 2, sulle Norme Transitorie si legge che: “Le istituzioni assicurano la conclusione dei corsi e il rilascio dei relativi titoli, secondo gli ordinamenti didattici vigenti, agli studenti già iscritti alla data di entrata in vigore dei nuovi ordinamenti didattici” e “disciplinano altresì la facoltà per gli studenti di optare per l'iscrizione a corsi dei nuovi ordinamenti”. Al fine di facilitare tale opzione le istituzioni sono tenute a riformulare in termini di crediti, gli ordinamenti didattici vigenti e le carriere degli studenti già iscritti. Orbene, secondo la nota stampa a firma della Consulta, sarebbe proprio questa “facoltà di opzione”di iscrizione al vecchio ordinamento a essere stata negata dal direttore Manganaro agli studenti immatricolati negli anni tra il 2005/2007. Il condizionale è d’obbligo se, interpretando alla lettera il comma 2, starebbe alle istituzioni disciplinare tale facoltà di opzione.  Una negazione, a detta della Consulta, dei criteri espressi dal Dpr 212/2005, motivata “dalla mancata comunicazione della possibilità d'iscrizione al vecchio ordinamento”  che li avrebbe “costretti a scegliere”  i piani di studi triennali, differenti dai precedenti per una più rigida articolazione delle materie di studio. Ancora una “facoltà di opzione” che, secondo quanto riportato dal comunicato, lo stesso dirigente del Miur, Bruno Covello, avrebbe garantito, in una nota, agli iscritti dell’accademia di Firenze.

Per gli studenti, a peggiorare la posizione di Manganaro la mancata esposizione all’albo della scuola, “contravvenendo ai dettami dell’art.22 comma 1 della 241/90 sulla trasparenza degli atti amministrativi” di una nota del Miur ricevuta dal direttore, e di cui lo stesso avrebbe fatto menzione nell’assemblea del 13 dicembre 2007, sulla chiusura dei corsi del vecchio ordinamento. La consulta conclude chiedendo “una forte presenza delle istituzioni competenti, della magistratura, al fine di verificare e perseguire gli eventuali responsabili della grave violazione del Dpr 212/05, per favorire una maggiore trasparenza dell’attività amministrativa e applicazione delle normative vigenti, fondamentali per la crescita culturale, artistica e legale della nostra accademia e del territorio”.

postato da: clandestino30 alle ore 18:49 | link | commenti
categorie: news
martedì, 26 febbraio 2008

G8: POLIZIA SOTTO PROCESSO. TUTTI SONO UGUALI PER LA LEGGE?

Genova G8: Processo Bolzaneto «Detenuti costretti ad abbaiare come cani»

 

Nell´aula-bunker del tribunale di Genova è incominciata (e si protrarrà per altre quattro udienze) la seconda parte della requisitoria dei pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello al processo per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.Gli imputati sono 45, tra medici e personale (di vario grado) di polizia Penitenziaria, di Stato e carabinieri.I Pm hanno elencato le vessazioni subite dagli arrestati, che sarebbero stati costretti a stare in piedi per ore o a fare la posizione «del cigno» e «della ballerina», ad abbaiare come cani per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale; molti avrebbero ricevuto schiaffi a mano aperta e colpi alla nuca, soprattutto quando venivano portati a due a due nelle celle di destinazione.La presenza di più forze dell´ordine avrebbe comportato due perquisizioni: una nell´atrio e un´altra nell´infermeria; perquisizioni che, secondo i Pm, provocarono ai detenuti ulteriore stress, in aggiunta a quello causato dall´arresto.La caserma di Bolzaneto, descritta oggi dai pm, è sembrata un girone infernale e un luogo di tortura fisico e psicologico: ragazzi e ragazze picchiate, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori.Il pm Ranieri Miniati ha fatto un riepilogo delle testimonianze più salienti delle parti lese durante il processo, tutte avallate dai ricordi di altri detenuti presenti nella caserma. Tra queste quella di Massimiliano A., 36 anni, napoletano, disabile al cento per cento.«Gli agenti mi hanno preso in giro - aveva raccontato al processo - per la mia bassa statura, insultandomi.Il pm ha anche ricordato che Massimiliano per un´ora non riuscì a farsi accompagnare in bagno, per cui si fece addosso i suoi bisogni e rimase sporco a lungo perché gli impedirono di pulirsi. Un altro episodio ricordato oggi riguarda Katia L., minacciata dagli agenti di farle fare la stessa fine di Sole (Maria Soledad Rosas), l´anarchica argentina che si suicidò in carcere dopo la morte del compagno, entrambi arrestati nell´ambito dell´inchiesta sugli attentati contro la Tav in Valle Susa.La ragazza si sentì male e vomitando sangue venne portata in infermeria dove un medico le somministrò dell´ossigeno. Al rifiuto della ragazza di sottoporsi ad una iniezione il medico la liquidò:«Vai pure a morire in cella». I pm hanno poi concluso la seconda parte della requisitoria elencando i vari elementi probatori raccolti, sostenendo l´attendibilità di tutte le dichiarazioni delle parti lese sottoposte a varie tipologie di riscontri. La requisitoria proseguirà domani.

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categorie: news
mercoledì, 20 febbraio 2008

Quando i rifiuti possono uccidere: a caccia della "Rigel" tra inconfessabili traffici

Quando i rifiuti possono uccidere: a caccia della "Rigel" tra inconfessabili traffici

di Gianluca Del Gaiso  tratto da www.strill.it

<< Latitudine 37° 58’ N – Longitudine 16° 59’ E >>. Per i non addetti ai lavori: 50 km a Sud di Reggio, a 20miglia S/E da Capo Spartivento. “E’ qui che troverete la Rigel”. Parola del consigliere comunale reggino, Nuccio Barillà. Membro del direttivo di Legambiente e soprattutto del neo Comitato per la verità che vede ormai da tempo, insieme al lavoro: magistrati, politici, giornalisti, familiari delle vittime. Tutti accomunati dall’unica volontà

di portare alla luce “dagli abissi dove sono affondati quei relitti”, la verità. Un mosaico complesso e oscuro mai chiarito completamente che vede al centro dell’inchiesta coordinata da Legambiente i traffici di rifiuti tossici internazionali attraverso le acque del Mediterraneo e nello specifico di quelle italiane. Barillà nel suo intervento pubblicato dal periodico dell’associazione ambientalista “La nuova ecologia”, parte proprio dalla vicenda della Rigel. La nave battente bandiera maltese salpata da Marina di Carrara ad inizio settembre del ’97 (era il 9 del mese) e diretta all’isola di Cipro dove sarebbe dovuta arrivare in poco meno di una settimana. In quel porto non l’avrebbero mai vista ormeggiare. In mare per oltre dodici giorni, nonostante condizioni meteorologiche ottimali, scomparirà definitivamente da tutti i radar il 21 settembre. Dieci ore di “agonia” come spiegherà poi alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il giudice reggino, Francesco Neri. A lungo in prima fila nell’inchiesta su un presunto traffico si sostanze radioattive. "Incredibile a dirsi"- continua Nuccio Barillà- “nessuno sembra accorgersi di nulla. Nemmeno un segnale di SOS viene lanciato dalla nave Rigel nonostante la rotta sia tra le più frequentate. Le cronache racconteranno che sarà poi una nave battente bandiera Jugoslava a salvare i suoi marinai, sbarcandoli a Tunisi. Badate bene in Africa e non in porti come Catania o Siracusa decisamente più vicini”. Alla fine scompariranno anche i membri dell’equipaggio. Capitano compreso che a quel punto denuncia sì il naufragio della nave, ma dando coordinate errate”.

Dubbi, tanti dubbi, andando a spulciare fra le carte. Ma la cosa più inquietante di quella nave fantasma “è proprio il carico”. Sconosciuto ma “sospetto”, come reciterà la relazione della commissione d’inchiesta. Se da un lato si parla di “organizzazione del sinistro per lucrare sui premi assicurativi”, dall’altra allo stesso tempo “non sembra potersi escludere che alcuni caricatori consapevoli abbiano caricato anche prodotti e rifiuti pericolosi”. Il pensiero, continua Barillà, va a quei blocchi di cemento messi a bordo prima del naufragio. Il timore è che al loro interno qualcuno abbia nascosto rifiuti tossici. La Rigel aveva preso il mare nel suo ultimo viaggio, solo ed esclusivamente per essere affondata. Per scomparire definitivamente. Lei e il suo carico. Da qui l’inchiesta e la memoria riportano velocemente ad altri fatti e volti. Ma anche alcune conferme importanti a quelle ipotesi che vogliono proprio al largo di Capo Spartivento il relitto affondato della nave. In primis, quegli accertamenti effettuati all’epoca, spiega Barillà, dal Capitano di Corvetta, Natale De Grazia. Riscontri effettuati anche attraverso l’Istituto Oceanografico Mondiale che dimostrerebbero come l’unica nave ad affondare in quel 21 settembre dell’87 fosse proprio la Rigel. La cronaca aggiunge poi che a morire “in circostanze misteriose” il 13 dicembre 1995 sarebbe stato proprio il Capitano De Grazia, durante un viaggio verso La Spezia. All’epoca stava conducendo delle indagini sui traffici di rifiuti tossici. Alla sua memoria, l’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, avrebbe poi dedicato una medaglia all’onore “per l’acume con cui portò avanti il suo lavoro al prezzo di un grande sacrificio, nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili”.

L’ombra della criminalità organizzata aleggia su queste pagine di una storia recente. Nessun riscontro oggettivo sul caso specifico, “ma lasciano pensare le parole dell’ex Procuratore della Repubblica di Reggio, Antonio Catanese, quando in merito alle dichiarazioni di alcuni pentiti di ‘ndrangheta nell’ambito di un’indagine su possibili interessi nel traffico dei rifiuti, dice <<Gli elementi probatori acquisiti (…)consentono di ipotizzare che il principale indagato (…) abbia potuto affondare nel mare Jonio e nel Mediterraneo in genere, con l’avallo delle cosche reggine, circa trentadue navi>>, tra cui la Rigel”. L’inchiesta del Tribunale reggino sul caso della nave maltese è stata archiviata perché “priva di idonei elementi di riscontro”. Come “è rimasta presunta l’individuazione della località di Capo Spartivento, per la profondità delle acque, quale possibile sito prescelto per l’affondamento delle navi e dei rifiuti radioattivi”. Un vero “disegno criminoso” in cui però “mancano elementi che consentano di ricondurre in tale programma l’affondamento delle navi Rigel e Rosso”. Già, quella famigerata ex “Jolly Rosso”, arenatasi sulla spiaggia di Formichine vicino Amantea. Anche qui il caso era stato archiviato prima di essere riaperto in tempi recenti dalla Procura di Paola, sulla base di nuovi elementi raccolti. Un dato importante ma ad ogni modo, solo due nomi in quella lista di trenta “misteri sommersi” italiani su cui sta cercando di portare luce il Comitato per la verità..

                                                                                                 

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lunedì, 18 febbraio 2008

Omicidio Aldrovandi: polizia contro Pm e inchieste di giornali e tv

Dalla difesa degli agenti arriva un attacco al presunto «processo parallelo senza diritto di replica» su giornali e tv. Ce l'hanno con Chi l'ha visto? , in particolare, e con un giallista ospitato dal Corriere . Dall'ufficiale della polizia giudiziaria che imbastì le primissime indagini, l'ammissione, poco dopo, che l'inchiesta Aldrovandi decollò solo dopo la prima metà di gennaio 2006, centoquindici giorni dopo la morte di Federico, dunque dopo l'"esplosione mediatica" del caso sul blog dei genitori e su pochi quotidiani, per primo Liberazione . E, ancora, dall'allora capo dell'ufficio delle volanti una specie di bordata sulla prima pm a seguire la storia - «disse che non era il caso di venire sul luogo» - e che, subito dopo, giura di «non aver visto segni di niente» sul volto sfigurato di Federico. Segni che risulteranno più chiari, invece, al questore vicario, che giunse un'ora dopo, alle 8, e di cui sembrano far cenno anche le telefonate tra carabinieri e polizia che, alle 7.36, parlarono di «pecche», o, probabilmente di «pesche», ossia lividi. Che cosa fu detto alla pm Mariaemanuela Guerra per farle ripetere che non «c'era bisogno» di arrivare in Via Ippodromo? Il pm che ha ereditato le carte, Proto, ritiene si debba trovare il modo per far giungere in aula «la voce dell'ufficio del pubblico ministero» che non può salire sul banco dei testi.Questo e molto altro nell'udienza di ieri a Ferrara per l'omicidio colposo del diciottenne incensurato nel corso di un violentissimo "controllo di polizia" effettuato da due volanti all'alba del 25 settembre del 2005. E nel catalogo dell'udienza va inserito certamente una sorta di crollo della memoria collettiva tra i protagonisti di quella mattina tanto da rendere difficile sia la concatenazione degli orari - tra l'orologio dell'Arma, ad esempio, è quello del 118 ci sarebbe un paio di minuti di sfasamento - e la linea di comando nelle fasi immediatamente successive alla constatazione della morte dell'Aldro. I sanitari lo trovarono faccia in giù, ammanettato. E senza vita. Anche i manganelli spezzati e ritrovati solo alcune ore dopo in questura non meravigliarono nessuno. A sentire il capo dell'ufficio volanti, a cui l'hanno riferito i quattro, si sarebbero spezzati uno con un calcio di Federico, l'altro in una caduta sotto il peso dell'agente che lo brandiva. Nel fascicolo del pm, però, c'è la perizia che certifica la compatibilità delle lesioni sul corpo e sul viso di Federico, con quegli oggetti «metallici e cilindrici». Sono le percosse di cui parlò un cronista locale, poche ore dopo, e subito zittito dal questore dell'epoca? L'accusa insiste sulle modalità della «imprudente colluttazione», chiederà a tutti dei manganelli. Nell'aula - di nuovo strapiena di amici della famiglia Aldrovandi e di colleghi dei poliziotti - il capo dell'ufficio volanti (giunse verso le 7 e avviò i primissimi accertamenti) fornisce invece una versione abbastanza articolata della versione che potrebbero fornire gli imputati e che ricalca le relazioni di servizio ma fa a pugni col mattinale della questura che avallò la tesi del malore fatale e le ripetute allusioni a un'overdose. E' la storia già sentita di un ragazzo che avrebbe assalito una volante urlando frasi sconnesse.
Due calci al paraurti mentre la macchina prova a fare retromarcia. Il capoequipaggio che avrebbe provato a parlamentare ma il ragazzo sarebbe stato così infuriato da prendere la rincorsa, saltare sul cofano, che risulterà non ammaccato ma solo con delle strisciate grigie, e tentare di scalciarlo da lì. Sempre urlando frasi sconnesse, tipo «Voglio di più». Lo slancio lo avrebbe fatto cadere a cavalcioni sulla portiera e cadere in avanti. Federico si sarebbe rialzato e i due lo avrebbero provato a bloccare. Tutti giù per terra. Ma di legargli le manette neanche a parlarne. Anzi, i due si sarebbero rifugiati in macchina in ritirata strategica, inseguiti dal feroce diciottenne. Decisivo l'arrivo della seconda volante. Avviene la colluttazione di cui si parlerà già pochi minuti dopo nelle telefonate. Finché non si spezzano due manganelli. «Finché il giovane non si calma, smette di agitarsi», si sentirà dire in aula, finalmente lo ammanettano anche se ricomincia a scalciare, arriveranno i carabinieri. «E smette di nuovo di agitarsi». Stride il confronto tra la febbrile attività telefonica di chi intervenne quel mattino - sono state acquisite nuove registrazioni - e il mancato sequestro della volante ammaccata dall'assalto del ragazzino. «Nessuno per mesi mi ha detto nulla, né la procura né la squadra mobile. Nessuno disse che avevamo fatto errori, che avevamo sbagliato a non sequestrare le auto o che l'ipotesi che avevamo fatto era errata», si discolperà il funzionario. Ma se si chiedono particolari sul lavoro dei colleghi, ciascuno ricorda poco o niente. Nessuno ricorda di aver fatto delle ipotesi. Eppure la questura, già poco dopo le 7, sarà abbastanza preoccupata di capire se c'è una registrazione in cui qualcuno dica che Federico sbatteva la testa («Vedrai che servono»). Uno dei legali di parte civile, Riccardo venturi, arriverà a notare uno scaricabarile diffuso e la «melmosità dei rapporti interni» alla questura. Arrivò sulla scena anche il colonnello comandante dei cc locali ma sarebbe restato solo un paio di minuti. Stride il contrasto tra il Federico dipinto dalle relazioni di servizio e quello, sicuramente più lucido, da chiamare 9 numeri di suoi amici in soli 8 minuti, alle 5.15. L'ufficiale di pg non ricorda di aver "filtrato" i testi prima di mandarli dalla pm. Il capo della squadra mobile rivela che si indagò solo su Federico, un ragazzo vestito come uno dei centri sociali, senza documenti e col timbro del "famigerato" Link sulla mano. Quella mattina interrogherà alcuni amici dell'Aldro. Quei testi ricordano che li chiamava drogati, con uno di loro si sarebbe finto medico, lui nega le minacce. Fu lui, tempo dopo, a dimenticarsi di verbalizzare una delle frasi chiave nella trascrizione di una telefonata: quella di un imputato che diceva "lo abbiamo bastonato di brutto" o giù di lì. Dice che non si capiva bene. Fu lui a incontrare i genitori in questura 48 ore dopo per convincerli della possibilità di una morte per droga. Ricorda che era scosso perché Lino Aldrovandi piangeva. «E' stata l'unica volta che non ho pianto», ribatte uscendo il papà di Federico.

Checchino Antonini  da www.osservatoriorepressione.org
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domenica, 17 febbraio 2008

Da Saline parte il coro ambientalista: "NO al Carbone!"

A VOLTE RITORNANO......

Parte da Saline Joniche la giornata di mobilitazione nazionale contro l’uso del carbone targata Legambiente. “No al carbone”, no alle “bugie che ruotano attorno ai suoi affari economici è la denuncia dell’associazione ambientalista. Falso che le nuove centrali rispettino l’ambiente. Sono e restano quelle che producono la maggiore quantità di anidride carbonica. Falso che comprare carbone aiuti i paesi del Sud del mondo. Il carbone arriva per il 98% da paesi extra UE come Sud Africa, Indonesia, Colombia e Cina. Tutti posti dove le condizioni di lavoro dei minatori sono ben al di sotto degli standard minimi in termini di sicurezza, salute e diritti sindacali. Falso dire che il carbone sia energia pulita. È, e resta, altamente inquinante. Le uniche fonti per produrre energia pulita, riducendo quindi l’uso di petrolio e combustibili sono quelle rinnovabili: eolico, solare, geotermico, biomasse.  

saline2Dunque nel terzo compleanno del Protocollo di Kyoto, Legambiente dichiara battaglia dalla Calabria e dalla provincia reggina alle fonti di energia insostenibile. Al grido di “Stop al carbone nelle centrali termoelettriche”, l’appuntamento di questa sabato è stato davanti al porto di Saline Joniche. Legambiente, ma anche Aspromonte Liberamente insieme a diverse altre sigle ambientaliste, e soprattutto i cittadini che ogni giorno vivono questo territorio. Uniti per dire il loro “no” compatto al progetto della centrale a carbone che una società svizzera sta progettando proprio in quella “cattedrale nel deserto”. La struttura abbandonata che da anni fa gola ai progetti di multinazionali e simili pronte ad impiantarci lì la qualunque. Sordi alle battaglie del suo territorio e a quei progetti che la vorrebbero sito da valorizzare in maniera diversa.

 

 

saline3“Carbone vuol dire la fonte fossile a maggiore emissione specifica di CO2 per la produzione elettrica. In Italia, spiegano i responsabili di Legambiente, il carbone contribuisce già oggi in maniera rilevante allo sforamento di quell’obiettivo nazionale di Kyoto previsto per il 2012. ma ancora oggi continuano ad essere attive in Italia ben 12 centrali a carbone. Una politica industriale che nessun governo italiano, denuncia il numero uno dell’associazione Vittorio Cogliati Dezza, ha finora voluto contrastare apertamente”. Le centrali a carbone attive nel nostro paese, hanno emesso, dati alla mano, qualcosa come 42,2milioni di tonnellate di CO2, nel solo 2006. Ben il 30% delle emissioni nel settore termoelettrico. Il tutto per produrre solo il 14% dell’elettricità nazionale. Sforando di oltre 3milioni di tonnellate i limiti imposti da Bruxelles. Un trend che continua a crescere. A questo va aggiunta anche la questione dei progetti in corso. Da Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia in via di ultimazione, all’entrata in vigore della centrale già esistente nel Sulcis. E poi i progetti di riconversione relativi a Porto Tolle e Rossano Calabro. La richiesta di valutazione di impatto ambientale per la costruzione di un gruppo a carbone a Vado Ligure. Il via libera dato ad Endesa dalla Regione Sardegna per la riconversione a carbone di due gruppi alimentari a olio combustibile dell’impianto di Fiume Santo.

 

saline4“Contrariamente a quanto sta accadendo dalle nostre parti, evidenzia poi Legambiente, le condizioni del mercato internazionale stanno cambiando. Nei primi mesi di questo 2008 i prezzi del carbone hanno superato per la prima volta la cifra record di 100 dollari a tonnellata. Con una domanda in costante crescita a dispetto di riserve in calo come conferma la stessa Energy World Group che prevede il picco del carbone nel giro di una ventina di anni. Cade quindi anche il principale argomento a favore dei progetti di riconversione in Italia: il vantaggio dei prezzi e dell’approvvigionamento. Senza dimenticare poi che il prezzo per chi inquina è sempre più salato. Parola di UE che vuole ridurre le emissioni dei suoi paesi entro il 2020 fino al 20% dei gas serra.

 

L’Italia è avvisata, “al prossimo Governo l’augurio di saper raccogliere la sfida, chiosa il responsabile scientifico di Legamebiente Stefano Ciafani. Il futuro parla solo in termini di fotovoltaico ed energie rinnovabili.

              

tratto da www.strill.it - gdg                                                                                                                                  

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venerdì, 15 febbraio 2008

CONSIGLIERI REGIONALI CONDANNATI

CONDANNATI I CONSIGLIERI REGIONALI DELL'UFFICIO DI PRESIDENZA

Nel 2001 l'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale fu prodigo di strenne natalizie verso i consiglieri regionali. Fra queste, 48 penne Montblanc, orologi da viaggio, medaglie in argento e cartelle portadocumenti in pelle. I 54mila euro per comprare i regali, però, erano quelli dei contribuenti. Infatti,furono stornati dal fondo spese di rappresentanza del Consiglio regionale che, invece, avrebbero potuto essere impiegate soltanto a favore di soggetti esterni all'assemblea.sacco di reggio1

Un inequivocabile danno erariale, secondo la Corte dei Conti calabrese che, accogliendo in toto le richieste della Procura, ha condannato gli autori di quella trovata al risarcimento di 11mila euro ciascuno, poco più di una mensilità dello stipendio di un consigliere regionale. Lo rende noto, oggi, il quotidiano La Gazzetta del Sud. I condannati sono l'ex presidente del consiglio regionale Luigi Fedele (che ha appena concluso la legislatura come deputato di Forza Italia); gli ex vicepresidenti del Consiglio regionale Giuseppe Bova (DS, oggi presidente) e Valerio Rizza (AN); gli ex consiglieri questori Antonio Borrello (oggi vicepresidente del Consiglio regionale da poco uscito dall'Udeur) e Francesco Pilieci (UdC). (APCOM)

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UNA RIFLESSIONE SULLA POLITICA CALABRESE

CALABRIA: NON SI DISTINGUE Più IL CONFINE TRA LEGALITA’ ED ILLEGALITA'

Ma che cosa sta succedendo in Calabria? Niente di nuovo, come al solito le inchieste giudiziarie ci descrivono una triste realtà: la ‘ndrangheta domina incontrastata la regione.

È facile constatare che gli arresti dei giorni scorsi, che hanno coinvolto, tra gli altri, l’assessore regionale al turismo, Pasquale Tripodi, dell’Udeur, accusato di associazione mafiosa, al quale il governatore Agazio Loiero il giorno prima aveva revocato l’incarico, perché lo stesso Tripodi aveva dichiarato alla stampa locale che avrebbe seguito il percorso politica di Mastella e dell’Udeur, non rappresentano una novità.

La Calabria non era mai caduta così in basso, neanche negli anni 80’, quando altre inchieste giudiziarie decimarono una intera classe politica, altri tempi, altri uomini.sacco di reggio1

I calabresi onesti si chiedono oggi quale sia il confine tra legalità ed illegalità, perché francamente questo confine è diventato troppo labile. Lo scorso mese di giugno, il superprefetto De Sena, che era stato mandato in Calabria all’indomani dell’omicidio Fortugno per combattere la ‘ndrangheta, dichiarò alla commissione parlamentare antimafia che la criminalità organizzata in Calabria è un fenomeno strutturale. Ma come mai De Sena nulla ha detto dell’intreccio perverso che esiste in Calabria tra criminalità organizzata, partiti politici, pubblica amministrazione, burocrazia? E ancora, perchè l’attuale capo del Pd calabrese nonché viceministro dell’interno ha voluto il suo trasferimento, senza spiegarne ai calabresi le ragioni?

L’aria che si respira in Calabria è pesante, senza andare troppo indietro con la memoria si può affermare che dall’uccisione di Fortugno in poi la ‘ndrangheta si è rafforzata: come sono stati aggrediti i patrimoni mafiosi? come si è intervenuto nella pubblica amministrazione per rompere i condizionamenti  e soprattutto come sono state condotte le inchieste?

Purtroppo questi  argomenti non riescono ad emergere nel dibattito politico calabrese. Nello scorso mese di luglio, quando venne arrestato a Reggio Calabria il consigliere comunale di Alleanza nazionale Massimo Labate, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, poliziotto della squadra mobile di Reggio Calabria e primo degli eletti in Alleanza nazionale con oltre 1300 voti di preferenza, il sindaco della mia città, Giuseppe Scopelliti, dichiarò durante un consiglio comunale che il Labate si rese protagonista di alcune leggerezze. Bene, io vorrei chiedere al sindaco della mia città, perché nessuno fino ad oggi lo ha chiesto, se ha intenzione, come Amministrazione comunale di Reggio Calabria, nel caso il Labate venisse rinviato a giudizio,  di costituirsi parte civile nei processi con la ‘ndrangheta.

Il degrado morale e politco in cui versa la Calabria va ricercato nel modo di “fare politica” che si è diffuso nella regione: la prassi del malaffare ha ormai legittimato la pratica della clientela politica come metodo per ottenere il consenso elettorale, la ragione che alimenta questo meccanismo è la mancanza di lavoro: un diritto sancito dalla nostra Carta Costituzione, viene utilizzato in Calabria, per ottenere consensi elettorali.

Gli arresti di questi giorni credo ch ci devono fare riflettere su alcuni dati: Reggio Calabria è la terza città d’Italia dopo Roma e Milano per rapporto forze dell’ordine-cittadino, voglio qui ricordare che la media nazionale è di un operatore di pubblica sicurezza ogni 261 cittadini, in Calabria invece è di un operatore ogni 175 cittadini. Reggio Calabria è inoltre la terza Procura d’Italia per intercettazioni telefoniche e inchieste aperte contro ignoti, mi chiedo com’è possibile che nonostante tutto questo controllo da parte delle forze dell’ordine  la ‘ndrangheta non venga minimamente scalfita da queste attività?

Nei prossimi giorni si riunirà il consiglio regionale calabrese, in quella sede Loiero potrebbe staccare la spina. Al di là dei facili moralismi che anche a sinistra sono molto gettonati in queste ore, senza una vera presa di coscienza del popolo calabrese, senza un impegno concreto dei partiti che devono farsi carico dell’esigenza di pulizia morale tra le forze politiche calabresi perche' si recuperi trasparenza e perche' la lotta alla 'ndrangheta sia prioritaria, senza un scatto in avanti del popolo calabrese non c’è alcuna possibilità di invertire questa triste realtà.

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mercoledì, 13 febbraio 2008

VERGOGNA UDEUR!!

SUBITO FUORI L'UDEUR DA TUTTE LE GIUNTE DI CENTRO SINISTRA

riceviamo pubblichiamo:

Le ultime vicende politiche nazionali e regionali, che presuppongono il definitivo ingresso dell’UDEUR nel PdL capitanato da Silvio Berlusconi, impongono una riflessione anche a livello provinciale.  Riteniamo, infatti, come segreteria provinciale di Rifondazione Comunista, che vi sia un’evidente incompatibilità fra le coalizioni di centrosinistra e il trasformismo dell’Udeur, incompatibilità che va risolta nel più breve termine possibile anche per evitare – in piena campagna elettorale –  ambiguità politiche assolutamente controproducenti.  Chiediamo, quindi, a partire dalla Provincia di Reggio Calabria, che gli esponenti dell’Udeur locale si dissocino dalla linea nazionale e confermino la loro adesione al centrosinistra (sono i benvenuti), oppure, conformemente a quanto avvenuto a livello regionale con il consigliere Borrello (che ha deciso di non seguire Mastella nel suo approdo a destra) e con l’ex Assessore Tripodi (deleghe revocategli, al contrario, in virtù del suo cambio di coalizione), siano coerenti e lascino eventuali postazioni di Giunta. Peraltro, le gravissime notizie di questa mattina riguardanti Pasquale Maria Tripodi, ex Assessore regionale e dirigente di spicco dell’Udeur reggino – arrestato con la pesantissima accusa di essere parte integrante di un’organizzazione politico-mafiosa dedita al riciclaggio di denaro derivante dal traffico di droga – impongono la necessità di un chiarimento politico e morale all’interno del centrosinistra calabrese  e all’interno delle maggioranze regionale e provinciale.palazo s. giorgio - rc L’arresto di Tripodi, infatti, crea un gigantesco problema di collusione mafia/politica, dinanzi al quale tutte le forze democratiche calabresi (soprattutto, quelle presenti nei Consigli regionale e provinciale e, prima di tutti, l’Udeur) non possono più tergiversare: la lotta alla ‘ndrangheta è la priorità assoluta, è la questione delle questioni. In quest’ottica, chiediamo con forza che gli emendamenti presentati allo Statuto della Provincia (su costituzione di parte civile nei processi di mafia e sulla gestione dei beni confiscati alla ‘ndrangheta) siano finalmente portati alla discussione consiliare. Inoltre, siamo perfettamente d’accordo con il Ministro Amato quando auspica una vigilanza sulla formazione delle liste elettorali: per questo, ribadiamo l’appello a tutti partiti politici a sottoscrivere il cd. Codice di Autoregolamentazione della Commissione Parlamentare Antimafia. 

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