LA SENTENZA DEL 5 LUGLIO DELLA CORTE DI CASSAZIONE CI DICE CHE CI FU UN LEGAME TRA 'NDRANGHETA E GLI ORGANIZZATORI DELLA RIVOLTA.

sopra la pagina di gazzetta del sud del 5 luglio che parla della sentenza.
La notizia ovviamente in città è passata sotto silenzio, nessuna forza politica è intervenuta su questo argomento, come mai?
ECCO LA VERITA'!
ADESSO COSA HANNO DA DIRE I FRUTTI RITARDATI DEL BOIA CHI MOLLA CHE ANCORA OGGI BLATERANO PER LE STRADE DI REGGIO E RACCONTANO CHE LA RIVOLTA FU FATTA PER GLI INTERESSI DI REGGIO.
COSA HANNO DA DIRE I NEO POST EX FASCISTI SU QUESTA SENTENZA?
Damiano, o cambi l'accordo o noi non lo votiamo
di Walter De Cesaris *
su Liberazione del 27/07/2007
C'è una questione di metodo che è di sostanza. Non possiamo girarci attorno e non possiamo eluderla. La questione chiama direttamente in causa i rapporti nella maggioranza e dentro il governo. I fatti parlano chiaro. Sullo scalone, è stato chiuso un accordo negativo. La posizione con la quale il governo ha svolto la fase finale convulsa di quella trattativa non è stata concordata dentro la maggioranza. Susseguentemente, il ministro Damiano ha concluso un accordo con le parti sociali sul mercato del lavoro, i cambiamenti da effettuare sulla legge 30, incentivi e così via. Anche in questo caso, il ministro si è mosso senza aver concordato, né in sede collegiale di governo, né in sede politica, le misure da sottoporre al tavolo del negoziato.
Basterebbe questa considerazione, per semplice e banale che sia, per affermare che le posizioni che il governo ha assunto non ci impegnano. Il fatto, poi, che il Presidente Prodi abbia voluto celebrare quegli accordi vantandone la continuità con la concertazione del 23 luglio del 1992, è un aggravante, un motivo in più, anche per ragioni più generali, per affermare che non sono stipulati in nostro nome. Quindi, lavoreremo nel Paese e nel Parlamento per cambiarle.
Le parole possono essere pietre. Non si tratta di fare gli spacconi o di fare minacce al vento. Le parole vanno misurate e io le misuro attentamente per quelle che sono. Il ministro Damiano sostiene che l'accordo sul mercato del lavoro non è modificabile? La nostra risposta è molto semplice e non abbiamo bisogno di urlarla. O è modificabile e si modifica oppure non avrà il nostro voto. Semplice, chiaro e diretto. C'è, infatti, una questione più di fondo. La si può chiamare il problema della collegialità o come si vuole. Il punto è chi e come decide dentro la maggioranza e dentro il governo.
Noi abbiamo contestato l'idea e la pratica di una tolda di comando riformista cui poi gli altri, recalcitranti o meno, seguono. O c'è una condivisione, anche un compromesso dopo una discussione comune, oppure salta la possibilità di una intesa. Chi persegue la rottura e lavora per consumarla è chi vuole imporre una linea che non è condivisa e non è conseguente a quello che dice il programma che tutti assieme abbiamo sottoscritto. Bisogna dire la verità ovvero che l'offensiva del Partito Democratico dentro il governo sta portando alla dissoluzione dell'Unione e alla crisi. Non possono esistere due pesi e due misure. I centristi dell'Unione possono tranquillamente fregarsene di quello che hanno sottoscritto nero su bianco e affermare che una legge sulle unioni civili non passerà mai. Sembra che ciò non determini alcuno scandalo. Ne dovremmo semplicemente prendere atto e, infatti, nessuno si permette di compiere alcun affondo. Si, c'è un iter legislativo, ma, nella pratica, è su un binario mezzo morto.
Lo stesso, più o meno, succede per il disegno di legge che deve sostituire la Bossi Fini e altro ancora che, in misura più o meno precisa, è comunque lungo le linee tracciate nel patto che l'Unione ha stabilito con il suo popolo.
Non è, naturalmente, in questione lo sforzo fatto per portare a casa comunque dei risultati. Il caso delle pensioni è emblematico. Non dobbiamo sottacerli perché sono il frutto di un braccio di ferro tutto giocato sulla politica da parte di Rifondazione Comunista e degli scioperi operai direttamente convocati dalle fabbriche e con il supporto decisivo della Fiom, in assenza di un conflitto da parte del sindacato confederale che non ha effettuato alcuna pressione di mobilitazione. Se vi è stato qualche risultato è stato grazie alla convergenza di quei due fattori.
Ma questo non cambia il dato politico di fondo e non muta il segno regressivo socialmente delle decisioni assunte e degli accordi stipulati. Anzi, assistiamo pure al gioco delle tre carte del ministro che rimette in discussione anche quello che di buono vi era nell'accordo. Il punto è cosa fare, adesso.
Siamo in un passaggio decisivo e drammatico. La sinistra rischia di essere spazzata via, non nella prospettiva futura della capacità di rifondarsi, ma qui e ora se non è in grado di aprire un conflitto vero, deciso e fino in fondo su questi temi brucianti dell'attualità. Parliamoci chiaro. Questo ci riguarda direttamente perché è messa in gioco la nostra autonomia. Non è una partita a scacchi, né il gioco a chi rimane alla fine il cerino in mano.
Qui sta il senso dell'offensiva sociale dell'autunno, della manifestazione nazionale unitaria e della consultazione popolare che intendiamo promuovere come un vero evento partecipativo. Noi non ci faremo chiudere nell'angolo in cui la scelta che ci rimane è la corda con cui impiccarci: o la subalternità di chi recalcitra e poi beve o la chiusura settaria in una protesta senza sbocco, ugualmente incapace di incidere e produrre risultati. Sarà una offensiva unitaria e di popolo. Deve avere contenuti precisi anche di modifica degli accordi che una parte del governo ha fatto, arrogandosi il diritto a parlare in nome di tutti. Deve avere un obiettivo politico: una nuova stagione politica riformatrice fino a rivedere i rapporti dentro la maggioranza e il governo. Una offensiva senza ipocrisie e senza reti di protezioni. Nulla può essere escluso e l'esito non lo si scrive in precedenza. E' così in tutti i conflitti veri.
*Deputato Prc-Se, Segreteria Nazionale
Senza Tregua é un insegnamento che gli uomini,
i giovani che furono impegnati in drammatiche
battaglie, hanno consegnato ad altri uomini,
ad altri giovani, oggi impegnati nel lavoro
o nello studio, perché sappiano lottare per
le libere istituzioni, la giustizia, la libertà,
la democrazia…tocca ai giovani continuare
sulla strada maestra, ai giovani continuare
la Resistenza
Giovanni Pesce, dall'introduzione di
"Senza tregua. La guerra dei Gap", Feltrinelli, 1967
Giovanni Pesce, la sua vita per la libertà, per il comunismo
tratto da www.esserecomunisti.it
Giovanni Pesce nasce il 22 febbraio 1918 nel paesino di Visone, in provincia di Alessandria. Così come molti concittadini, dopo pochi anni la sua famiglia deve emigrare in Francia alla ricerca di un’occupazione e di una condizione migliore. Alla Grand’Combe, dopo avere frequentato le scuole elementari, inizia subito a lavorare per aiutare la famiglia. A 14 anni scende in miniera, dove coltiva il suo desiderio di indipendenza e il piacere di condividere la fatica con gli altri lavoratori. Intanto, aderisce giovanissimo al partito comunista, di cui diviene segretario della sezione giovanile.
A Parigi per festeggiare la vittoria del Fronte Popolare, ascolta un discorso della «pasionaria» Dolores Ibarruri e decide di arruolarsi nelle Brigate Internazionali che nella Guerra civile spagnola sostengono il regime democratico contro i fascisti di Franco. A soli 17 anni, è uno dei più giovani combattenti italiani, inquadrato nella brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave.
Rientrato in Italia nel 1940, presto viene arrestato per il suo antifascismo e, dopo un anno di reclusione, viene inviato al confino a Ventotene. È il primo garibaldino a raccontare le vicende della guerra civile spagnola ai dirigenti comunisti detenuti sull’isola. Lì, grazie alla collaborazione degli altri compagni, migliora la sua conoscenza della lingua e della letteratura italiana, ma soprattutto arricchisce la sua formazione civile e politica.
Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) a Torino. Nel maggio successivo è a Milano - dove conosce la partigiana Onorina «Sandra» Brambilla, sua futura moglie - e assume sino alla Liberazione il comando del 3° Gap «Rubini». Protagonista della Liberazione a Milano, il Comandante «Visone» (questo il suo leggendario nome di battaglia) si distingue per la determinazione e l’audacia con la quale combatte il nemico nazi-fascista. Il 25 aprile 1947 viene insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare.
Dopo la guerra, Giovanni Pesce continua la sua dedizione alla costruzione della democrazia in Italia attraverso diversi impegni politici, civili, istituzionali. È membro del Consiglio nazionale dell’A.N.P.I. fin dalla sua costituzione; presidente dell’Associazione dei combattenti volontari antifascisti di Spagna; consigliere di amministrazione della casa di cura «Macedonio Melloni». Dopo l’attentato a Togliatti del 1948 è responsabile della Commissione di vigilanza dei maggiori dirigenti comunisti. Dal 1953 è consigliere comunale a Milano per oltre un decennio.
Fino a pochi mesi fa Giovanni Pesce era ancora impegnato con tutto se stesso nell’attività politica, dentro Rifondazione Comunista. Nel 2005 il suo partito lo ha proposto come senatore a vita, ritenendolo un perfetto rappresentante di quei valori civili di democrazia, uguaglianza, partecipazione alla base della nostra Repubblica, fondata sulla Resistenza.
Emergenza democratica, in Calabria è emergenza democratica. Dopo la due giorni a Gioia Tauro e Reggio della commissione parlamentare antimafia nessuno può più fare finta di niente. Nessuno può equivocare le parole pronunciate dal presidente Francesco Forgione dopo le audizioni quando giudica «inquietante la pervasività della 'ndrangheta nel tessuto produttivo, sociale e nelle relazioni politiche», in ogni centimetro della Calabria. 
E d'altra parte solo i (troppi) colpevolmente sordi o ciechi sinora hanno potuto ignorare che in questo Paese esiste un caso Calabria. In un territorio in cui la presenza delle cosche ha inciso profondamente su tutte le principali scelte "storiche" di (sotto)sviluppo, la ‘ndrangheta oggi - se possibile - fa ancora più paura. Le inchieste della magistratura hanno svelato che, ancora una volta, la ‘ndrangheta controllava gli appalti e i lavori dell'autostrada, hanno scoperto nuovi traffici di droga e intrecci di racket e usura che vedrebbero coinvolto anche il capogruppo dell'Udeur in consiglio regionale. E ancora ci sono stati sequestri milionari di imprese "regine" del ciclo del cemento, blitz ai danni di clan che gestivano i rifiuti. Per non parlare delle ultime due inchieste su Reggio Calabria che hanno acceso i riflettori sugli intrecci perversi tra il potentissimo clan Libri e il capogruppo in consiglio comunale di Alleanza nazionale, e la capacità di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale e istituzionale della città della cosca Labate che riusciva a imporre le assunzioni nella principale industria della città, l' O.Me.Ca., e che conosceva in anticipo le mosse della polizia giudiziaria che la stava indagando.
Ne viene fuori un quadro allarmante, da ultimo stadio in cui, per dirla con il capo della distrettuale antimafia Salvatore Boemi, domina senza rivali la "borghesia mafiosa", ovvero «quei gruppi che hanno iniziato ad operare sul territorio reggino negli anni 70 e che, nonostante alcuni dei loro leader si trovino ristretti in carcere, continuano ad essere efficacemente operative in diversi settori».
In questa situazione, potrebbe, e dovrebbe, esercitare un ruolo fondamentale la politica. E non ci riesce. Anche perché è del tutto evidente la crisi di legittimità e legittimazione che sta attraversando. C'è oltre la metà di consiglieri regionali indagati per vari reati da concorso esterno in associazione mafiosa ad abuso di ufficio e pesanti sospetti che gravano su alcuni di loro, ci sono pezzi della giunta regionale che sono coinvolti in inchieste su lobby, affari e massoneria e c'è un forte sistema clientelare che si autoriproduce pericolosamente.
E c'è anche un problema di tipo propriamente culturale. Non si può non guardare con sospetto a quei partiti che fanno le barricate solo e soltanto per garantire gli assetti di potere ma sono del tutto incapaci di elaborare qualsiasi tipo di progettualità. Così come non si può non osservare con disgusto a quelle lotte di potere intestine, che hanno come conseguenza le inutili semplificazioni giornalistiche o i falsi stupori in tv in piazze vuote. Ma c'è un motivo se le piazze sono vuote.
Per Rifondazione comunista il potere e la capacità di reazione e indignazione devono essere altro. Il Prc deve assumersi la responsabilità di offrire un'alternativa, un nuovo punto di vista, una nuova idea della Calabria. Come sta facendo Libera con lo straordinario lavoro dei volontari e di chi senza chiedere niente in cambio ha deciso di combattere la sua battaglia contro la ‘ndrangheta. 
Come Giovani comunisti diciamo che i comportamenti di chi si misura con questa realtà devono essere più che trasparenti, devono essere rigorosi e lungimiranti. Devono raccogliere le sfide lanciate dal sindacato con uno sciopero generale partecipatissimo da parte di cittadini che evidentemente non pensano che la giunta regionale sia stata capace di dare le risposte attese, di elaborare un'idea di futuro per la Calabria. Dobbiamo essere efficaci e dare una chiave per affrontare precarietà, disoccupazione, povertà, criminalità organizzata, emigrazione giovanile, crisi produttiva. Gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile forniti dalla Cgil di Reggio Calabria sono inquietanti (63,3% da 15 a 24 anni, 51,8% da 25 a 29), e sono terreno fertile per la ‘ndrangheta che proprio nella gestione del mercato del lavoro alimenta il suo prestigio e potere.
Non è facile. Anche perché, come dice ancora Forgione, sono probabilmente «affievoliti gli anticorpi sociali, politici e morali» di questa regione. Questo non significa che non bisogna misurarsi con questa realtà. Forgione promette che «non ci sono e non ci debbono essere zone franche» e annuncia che «l'impegno di tutta la Commissione è quello di produrre entro l'anno una relazione conclusiva sulla 'ndrangheta», ma anche di farsi carico «presso il governo che il Csm per ottenere risposte immediate ed adeguate», perché «non possono fare gli struzzi». Alla politica calabrese spetta fare chiarezza dentro se stessa, urge uno scatto di orgoglio e di trasparenza. A noi, a Rifondazione comunista, il compito di essere diversi. Innanzitutto, eticamente diversi.
Celeste Costantino*
*Esecutivo Nazionale Gc
DICHIARAZIONE DI FRANCESCO FORGIONE 
''Abbiamo acquisito materiale prezioso che conferma una presenza diffusa e capillare della 'ndrangheta nelle attivita' del porto''. Queste le prime dichiarazioni del Presidente della Commissione Antimafia, Forgione, dopo le audizioni presso il porto di Gioia Tauro

L’attività delle forze di polizia non conosce stop anche in questi giorni di caldo torrido e le ultime importanti operazioni portate a conclusione invitano alla riflessione e ad un cauto ottimismo nella lotta alla criminalità organizzata. Operazioni alle quali gli inquirenti annettono una particolare importanza. La locride, come anche il territorio reggino, non sono affatto abbandonati, sottolinea il procuratore Boemi. L’operazione testamento – spiega - rientra in quella più vasta attività dedicata alla borghesia mafiosa, ovvero a quei gruppi che hanno iniziato ad operare sul territorio reggino negli anni 70 e che, nonostante alcuni dei loro leader si trovino ristretti in carcere, continuano ad essere efficacemente operative in diversi settori. Quello della Dda è chiaramente un progetto più ampio ed articolato, come sottolinea il procuratore Domenico Galletta, un’attività che nei prossimi anni ci porterà a passare sotto la lente d’ingrandimento tutti coloro che di queste famiglie fanno parte. “non crediamo nei magistrati-sceriffi – ha detto Boemi – sottolineando la valenza del pool, di un gruppo di giovani magistrati che apprezzano il gusto di lavorare insieme, per stare più adeguatamente dietro alle nuove strategie criminali, in un continuo rapporto di conoscenza e studio delle organizzazioni, che è però reciproco. Per Galletta è il momento di fare delle scelte. Reggio è sottoposta ad una sorta di stato d’assedio, perciò se la parte onesta della città si mettesse a disposizione delle forze dell’ordine, i risultati verrebbero in tempi brevi moltiplicati. Occorre allora uno scuotimento delle coscienze per la riconquista del territorio, occorre – per citare Rousseau – una vera rivoluzione antropologica. Ma è anche necessario che non ci siano vuoti investigativi, che l’azione di contrasto sia costante e che i tempi di risposta giudiziaria siano ridotti. E’ questa forse la principale sfida che il pool reggino della Dda è disposto ad accettare e di offrire in risposta alla sinergia con tutte le forze buone presenti sul territorio. E ad una domanda sulla reale esistenza di una pax mafiosa nel reggino Salvo Boemi ribadisce che la mafia non conosce la pace, ma solo la tregua, quella stessa tregua messa in atto per meglio definire e far fruttare gli affari economici. La città – ha aggiunto – è la vera parte offesa di queste indagini.
A questo punto dico solo due cose:
1) IL COMUNE DI REGGIO CALABRIA DEVE ESSERE SCIOLTO A CAUSA DI PALESI INFILTRAZIONI MAFIOSE;
2) SE IL COMUNE NON SARA' SCIOLTO IL SINDACO SCOPELLITI E LA GIUNTA DEVONO COSTITUIRSI PARTE CIVILE NEI PROCESSI CONTRO LE COSCHE.
Reggio, arrestato consigliere comunale 
Un'ordinanza di custodia cautelare è stata firmata stamane a carico di un consigliere comunale di Reggio Calabria. Il provvedimento, firmato dal GIP Garreffa, è stato richiesto dal PM Galletta. Al momento non si conoscono altri particolari. L'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa, relativamente ad una cosca operante a Reggio
'Ndrangheta: 15 arresti a Reggio Calabria
Presunti affiliati a cosca Libri, tra cui consigliere An
(ANSA) - REGGIO CALABRIA, 20 LUG - La squadra mobile di Reggio Calabria ha arrestato la notte scorsa 15 presunti affiliati alla cosca Libri operante nella citta'. Nell'operazione, secondo quanto si e' appreso, sono stati arrestati i vertici della cosca, una delle piu' potenti della 'ndrangheta. In manette, sono finiti anche quello che viene ritenuto il capo della cosca, Pasquale Libri, fratello del defunto boss 'Mico', e il consigliere di Alleanza nazionale del Comune di Reggio, Massimo Labate.
Arresti Reggio, i reati contestati
Secondo quanto contenuto in uin comunicato stampa diffuso dalla suadra mobile di Reggio Calabria, tra i destinatari dei 15 provvedimenti custodiali eseguiti stamane, figurano "vertici ed affiliati della cosca Libri di Reggio Calabria, tra i quali Pasquale Libri, fratello del defunto "Mico" e ritenuto capo dell'organizzazione criminale".
L'accusa riguarda i reati di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni e controllo del territorio e delle attività produttive ed economiche attraverso la gestione ed il controllo di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici.
Massimo Labate è stato tratto in arresto con l'accusa di concorso esterno in asscoiazione mafiosa "per avere, nelle veste di consigliere comunale presso il Comune di Reggio Calabria, contribuito a rafforzare la cosca

"L'estintore come strumento di pace"
E' il titolo dell'iniziativa del Coisp
Federico Tomasello*
Incredibile! Sui giornali leggo una notizia che mi fa uscire gli occhi
dalle orbite. Il Coisp - Coordinamento per l'indipendenza
sindacale delle forze di polizia (ma indipendenza da chi?) - ha
convocato a Genova un dibattito dal titolo "L'estintore come
strumento di pace"(!). Invitato speciale: Mario Placanica,
l'ex-carabiniere che si autoaccusò di aver sparato alla testa di
Carlo Giuliani (e mai processato per legittima difesa).
Un'iniziativa vergognosa, incredibile, tanto più se a promuoverla
non è un gruppo di facinorosi estremisti di destra, ma un sindacato di
forze dell'ordine. Lo sbigottimento gela il sangue nelle vene e mi
inchioda alla sedia quando leggo data e luogo dell'iniziativa:
Genova, Piazza Alimonda, 20 luglio. Stesso posto e più o meno stessa
ora in cui sei anni fa fu ucciso Carlo Giuliani. Come fosse la
rivendicazione dell'omicidio! Come voler sparare una seconda volta
alla testa e al cuore dei familiari di Carlo, di chi quel giorno ha
visto la morte in faccia, di tutti quelli che andarono a Genova per
rivendicare un mondo migliore ed incontrarono invece la brutalità e la
violenza del volto crudele dello Stato: migliaia di poliziotti e
carabinieri conquistati da una furia cieca, da una violenza inaudita.
E' inaccettabile che in una democrazia matura un sindacato che
vorrebbe rappresentare parte dell'istituzione preposta alla tutela
dell'ordinamento democratico promuova iniziative di aperta
provocazione. Provocazione tanto più spudorata e intollerabile se si
pensa ai fatti che negli ultimi mesi hanno segnato le vicende
giudiziarie attinenti le manifestazioni contro il G8 del 2001 e che
hanno portato alle luce la colpevolezza di pezzi significativi delle
forze di polizia. Per questo la manifestazione del Coisp suona ancor
più come una rivendicazione: si rivendica la legittimità di fabbricare
prove false, massacrare giovani inermi, torturare nelle caserme,
insultare, umiliare, pestare cittadini in stato di fermo, dichiarare
il falso nelle aule di tribunale. E' così che non stupiscono più
neppure le parole di Michelangelo Fournier - vicequestore aggiunto ai
tempi del G8 - che, dopo aver descritto la scuola Diaz come una
"macelleria messicana", ha dichiarato di non aver mai detto
la verità per "spirito di appartenenza", quando proprio
quest'ultimo e il rispetto delle istituzioni avrebbe dovuto
spingerlo a fare il contrario.
Insomma la manifestazione convocata dal Coisp ha il carattere di una
vergognosa provocazione che dimentica perfino il rispetto dei morti e
del dolore altrui, l' humana pietas , una provocazione degna del
peggiore dei gruppuscoli dell'estrema destra che in questi giorni
stanno macchiando la città di Roma con raid e azioni squadriste.
E' perciò necessario non solo che il questore di Genova vieti
l'iniziativa, ma anche che si faccia chiarezza sulla vera natura
di questo "sedicente" sindacato di polizia. E'
necessario farlo anche perché il nome della città di Genova unito al
numero 2001 ci riporta costantemente a due suggestioni di segno
opposto. La prima è il carattere cupo di una parte della storia
nazionale in cui settori dello Stato, delle forze dell'ordine, dei
servizi segreti si sono sistematicamente sottratti alle loro
responsabilità per lasciare spazio a politiche autoritarie, repressive
ed eversive dell'ordine democratico; una macchia gravissima sulla
storia recente e attuale su cui restano troppe verità nascoste su cui
far luce, a partire dalla necessaria istituzione di una commissione
parlamentare d'inchiesta sui fatti del 2001. L'altra è invece
la suggestione calda di Genova, quella scolpita nell'identità
della mia generazione cresciuta con il crollo delle ideologie, la
crisi della politica, la "fine della storia". Ci chiamavano
Generazione X, postcomunista, postmoderna, post-tutto, senza identità,
senza speranze né impegno. Le giornate di luglio 2001 ci hanno
trasformato nella "Generazione di Genova", ci hanno
restituito un'identità nel volto giovane di Carlo Giuliani, nel
muretto di piazza Alimonda ancora pieno di ricordi e speranze di ogni
tipo. E il calore e la gioia di essere stati parte di quella splendida
moltitudine di sognatori non ce lo toglierà mai nessuno, tantomeno la
provocazione di un sindacato "indipendente" di polizia.
E' per questo che - come sei anni fa - saremo ancora una volta dal
19 al 22 giugno allo stadio Carlini e in piazza Alimonda per
ricordare, ballare, camminare verso un mondo migliore.
*Portavoce nazionale Giovani Comunisti/e
ps. In tarda serata la notizia che il questore di Genova ha vietato la
piazza al Coisp. E' una buona notizia che rasserena tutti

Abbiamo molte domande, ma purtroppo possediamo poche risposte.
Viviamo con difficoltà in un’epoca in cui non si riesce ad immaginare un futuro che risponda alle aspettative delle nuove generazioni.
L’assenza di luoghi e di spazi di aggregazione dove poter socializzare liberamente è ormai un’utopia. Tutto è mercificato.
Ma non bisogna arrendersi. Anzi, oggi è fondamentale cercare più di prima e meglio di prima di rilanciare la partecipazione democratica degli uomini e delle donne libere.
È necessario passare dalla resistenza, alla costruzione dell’alternativa.
Bisogna sconfiggere la politica del potere e della clientela che rende schiava la nostra società.
E’ importante generare nuovi spazi politici e sociali, dove organizzazioni, gruppi, classi e singoli soggetti possano trovare punti comuni d’incontro e confronto per rivendicare, attraverso il consenso, il superamento dello stato di cose presenti.
Bisogna continuare a lottare contro il neoliberismo per l’estensione dei diritti di cittadinanza e per una l’umanità.
Perché come insegnano gli zapatisti, “se mangi una mela, non importa che sia acerba, marcia o matura, ma è importante tagliarla a metà raccoglierne i semi, arare il terreno e seminare”.
Vogliamo iniziare ad arare quel terreno, oggi luogo incolto ed arido, e che solo con l’impegno di tutte e tutti potrà diventare uno spazio comune.
Proponiamo la creazione di una rete interassociativa, che coinvolga ogni realtà presente sul fronte dell’impegno sociale, per riconquistare la libertà di opinione ed espressione, per rivendicare il diritto alla casa, al reddito, allo studio, al territorio, al lavoro e per un futuro altro.
Se vuoi aderire alla rete invia una mail all’indirizzo: 270bis@email.it