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lunedì, 27 novembre 2006

Appello Piazza Fontana

Il 7 Novembre del 2006, il Corriere della Sera ha lanciato un preoccupato allarme sulla sorte degli atti del processo di Piazza Fontana. Questi atti, che contengono le istruttorie, centinaia di fotografie, gli interrogatori, le deposizioni di tanti protagonisti e ogni altra carta rilevante (di cui rappresentano l'originale e l'unica copia esistente), rischiano di deteriorarsi, di finire prima o poi al macero, di divenire più probabilmente inservibili. Per tali ragioni, il Tribunale di Catanzaro ne ha deciso la digitalizzazione, oltre che un riordino logico e cronologico che sopperisca alla confusione in cui versa la loro attuale conservazione.
Fin qui tutto bene. I problemi nascono quando il Ministero della Giustizia stanzia 50 mila euro per l'operazione e le ditte che partecipano alla gara d'appalto chiedono ben 85 mila euro. Ciò avveniva nove mesi fa e da allora tutto tace; il tempo passa e la situazione comincia a divenire, per l'appunto, preoccupante.
La strage di Piazza Fontana ha segnato in modo indelebile la vita dell'Italia democratica. Il figlio del giudice Alessandrini la definisce il nostro 11 settembre e non senza qualche ragione. Da quel tragico attentato niente fu come prima, quella strage non è solo l'inizio di venti anni di sangue ma ne rappresenta anche una delle cause scatenanti.


Non è possibile, in questa sede, richiamare tutto quello che scaturì direttamente e indirettamente da Piazza Fontana. Ma ci preme rammentare che il primo processo per Piazza Fontana, da subito apparso come il più rilevante della storia repubblicana, fu spostato dalla sua sede naturale, Milano, ad altra sede, Catanzaro. E a Catanzaro l'Italia non incontrò la riproduzione periferica del porto delle nebbie, ma si imbattè in giudici attenti e preparati che seppero compiere qualche passo verso la verità e spazzarono definitivamente via le menzogne con cui si era tentato di incolpare della strage Pietro Valpreda e gli anarchici.
Con Piazza Fontana l'Italia perse l'innocenza residua e iniziò un lungo e tormentato viaggio nella scoperta della violenza, della paura, dei depistaggi, dei servizi segreti deviati e della fragilità della democrazia. Conservare memoria di quegli avvenimenti è un dovere delle istituzioni, come è un dovere delle istituzioni rendere fruibili quei dati che potrebbero un giorno servire a pronunciare finalmente una verità giudiziaria su quella strage. Per questo riteniamo che non spetti a privati cittadini o a singole associazioni raccogliere i soldi indispensabili perché non sparisca un pezzo della storia italiana, ma al contrario crediamo che sia compito primario ed ineludibile delle istituzioni pubbliche intervenire per evitare che ciò accada.
Con il processo di Piazza Fontana l'Italia scoprì Catanzaro e
la Calabria. Le immagini in bianco e nero di quei vecchi telegiornali servirono a portare Catanzaro al centro della vita nazionale e resero per sempre chiaro il contributo che i luoghi più periferici potevano dare allo sviluppo del Paese se adeguatamente coinvolti. Per questo crediamo che il compito di salvare la memoria di quel processo ricada principalmente sulle istituzioni calabresi. Il Comune di Catanzaro, la Provincia di Catanzaro e la Regione Calabria hanno l'occasione storica di dimostrare la propria sensibilità democratica e la loro capacità di perseguire direttamente e autonomamente l'interesse pubblico. Una occasione storica che costa solo dodicimila euro a testa.

 
Servono trentacinquemila euro per salvare la dignità di un Paese e conservare la memoria. La nostra e quella delle istituzioni pubbliche. E senza dignità e senza memoria non c'è nessuna società possibile, non c'è nessun valore da condividere, non c'è nessun progetto da costruire.
Si deve intervenire e si deve farlo subito. Altracatanzaro chiede che a farlo siano il Comune di Catanzaro,
la Provincia di Catanzaro e la Regione Calabria
e chiede che il Ministero della Giustizia proceda il più rapidamente possibile a predisporre un nuovo bando ove questo, come crediamo, fosse necessario.
Chiunque voglia aderire a questo appello può farlo scrivendo
info@altracatanzaro.it
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categorie: news
giovedì, 23 novembre 2006

Relazione DIA

RELAZIONE DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA relativa al primo semestre del 2006

MINISTERO DELL’INTERNO

DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA

ATTIVITA’ SVOLTA

E

RISULTATI CONSEGUITI

1° semestre 2006

1

PREMESSA

La presente relazione, riferita al periodo 1° gennaio - 30

giugno 2006 e redatta ai sensi dell’art. 5 del decreto

legge 29 ottobre 1991 n. 345, convertito, con

modificazioni, nella legge 30 dicembre 1991, n. 410, si

compone di due parti:

·  la prima dedicata all’attività svolta ed ai risultati conseguiti dalla

DIA;

·  la seconda riferita alle progettualità ed alla strategia operativa

futura della Direzione.

Alla luce del quadro normativo di riferimento1 la DIA ha svolto

investigazioni preventive, analisi su gruppi criminali autoctoni ed

allogeni, nonché indagini di polizia giudiziaria relative a delitti di

associazione di tipo mafioso o comunque ricollegabili alla previsione

di cui all’art. 416 bis del codice penale.

Avuto riguardo, poi, agli obiettivi strategici individuati dalla Direttiva

Generale per l’attività amministrativa e per la gestione relativa al

2006, emanata dal Ministro dell’Interno il 3 marzo 2006, il Capo della

Polizia - Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, con decreto del

14 aprile 2006, fermo restando l’espletamento dell’attività

istituzionale ordinaria, ha assegnato alla DIA l’obiettivo operativo di

Proseguire le attività di monitoraggio attribuite a livello centrale

alla D.I.A. per la prevenzione e repressione di tentativi di infiltrazione

mafiosa negli appalti relativi alle cd. “21 Grandi Opere””, nonché ha

chiamato la Struttura interforze a concorrere, tra l’altro, all’obiettivo

operativo - affidato alla Direzione Centrale della Polizia Criminale - di

1 Art.3 della legge n.410/91.

2

Ottimizzare l’aggressione ai patrimoni illeciti attraverso la selezione

degli obiettivi, la condi visione delle informazioni ed il monitoraggio

dell’azione di contrasto”.

3

PARTE I

ATTIVITÀ SVOLTA E RISULTATI CONSEGUITI

4

1. Aggressione ai patrimoni mafiosi

Non vi è dubbio come, nell’azione di contrasto alla criminalità

organizzata, l’attività volta al sequestro ed alla confisca dei patrimoni

illecitamente accumulati costituisca, ormai, un punto fermo di sicura

rilevanza.

Proprio in questa ottica la DIA, nel corso del primo semestre del 2006,

ha profuso un intenso sforzo investigativo, avviando la realizzazione

di innovativi e specifici progetti nel settore delle misure di

prevenzione, i cui dettagli verranno illustrati nel prosieguo, che hanno

consentito, oltre una marcata implementazione della specifica attività

con riferimento al numero delle proposte inoltrate ai Tribunali, anche

il conseguimento di considerevoli risultati avuto riguardo alla

consistenza dei valori patrimoniali sottratti alla criminalità mafiosa.

In particolare, l’attività (cfr. infra la tabella riassuntiva) ha consentito,

nel primo semestre di quest’anno, di inoltrare 63 proposte di

applicazione di misure di prevenzione personali e patrimoniali di cui:

- 21 a firma del Direttore;

- 42 quale frutto del lavoro svolto su delega delle Direzioni

Distrettuali Antimafia.

I sequestri di beni, effettuati ai sensi della legge 31 maggio 1965, n.

575 e succ. mod. ed integrazioni, ammontano ad un valore

complessivo pari a 44.845.000 euro.

Le confische, effettuate in forza della predetta legislazione antimafia

ed ai sensi dell’art. 12 sexies del D.L. 306/1992, sono pari a

14.315.000 euro.

5

I sequestri preventivi, intervenuti nel corso delle indagini di poliz ia

giudiziaria, hanno colpito beni mobili ed immobili per un valore di

174.253.000 euro.

Ne consegue che il valore complessivo dei beni sottratti alle cosche è

di 233.413.000 euro circa.

2. Antiriciclaggio

Come noto, ai sensi del D.L. 3 maggio 1991, n.143, concernente

“Provvedimenti urgenti per limitare l’uso del contante e dei titoli al

portatore nelle transazioni finanziarie a scopo di riciclaggio”,

convertito nella legge 5 luglio 1991, n. 197, il dispositivo di

prevenzione è composto dalle Autorità di vigilanza del settore, da

soggetti terzi rispetto all’amministrazione statale chiamati ad una

collaborazione attiva con le autorità di vigilanza e da soggetti

interessati alla vigilanza a fini investigativi, quali la Direzione

Investigativa Antimafia, il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria e la

Direzione Nazionale Antimafia.

Esso è disciplinato da disposizioni rigorose e dettagliate in materia di

antiriciclaggio, peraltro in fase evolutiva, come illustrato nella seconda

parte della relazione.

Le segnalazioni di operazioni sospette rappresentano, dunque, il fulcro

della prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di

riciclaggio ed i previsti approfondimenti garantiscono un adeguato

carattere di sistematicità all’attività di controllo sancita dalla legge.

Nell’ambito dell’attività prevista ai sensi dell’art. 3 del D.L. 143/1991

prima richiamato, la DIA, nel 1° semestre di quest’anno, ha trattato

6

6.570 segnalazioni di operazioni sospette, pervenute dall’Ufficio

Italiano Cambi, di cui n. 147 sono state trattenute per i successivi

sviluppi investigativi.

Da un esame comparato con i dati relativi allo stesso periodo dello

scorso anno, si rileva un trend in ascesa, stante il fatto che le

segnalazioni pervenute nel corso del primo semestre 2005 erano state

3534.

Con riferimento, poi, al flusso delle segnalazioni, continua ad essere

prevalente la percentuale di quelle provenienti dagli istituti di credito

allocati nel Nord Italia mentre, con riferimento alla tipologia dei

soggetti segnalanti, gli intermediari non bancari si collocano nelle

ultime posizioni (cfr. infra la tabella riassuntiva).

3. Appalti pubblici

Con riguardo ai tentativi di penetrazione della criminalità organizzata

nei circuiti legali dell’economia, un ruolo di rilievo va, senz’altro,

assegnato ai tentativi di infiltrazione criminale negli appalti pubblici,

come evidenziato dalle esperienze investigative che hanno dimostrato

come il mercato delle commesse pubbliche possa costituire una fonte

privilegiata di approvvigionamento di ricchezza e di profitti illeciti per

i sodalizi mafiosi.

In tale contesto la DIA svolge un ruolo centrale nel sistema di

monitoraggio degli appalti pubblici relativi alle cc.dd. “ Grandi Opere”

per la prevenzione e la repressione dei tentativi di infiltrazione

mafiosa - come diffusamente sarà illustrato nella seconda parte della

7

presente relazione - mediante l’attivazione di una innovativa

metodologia operativa orientata:

- all’incentivazione degli accessi ispettivi presso i cantieri;

- al supporto dell’attività prefettizia sul territorio con i monitoraggi

delle imprese incaricate della realizzazione delle opere;

- all’addestramento del personale impegnato nel progetto operativo

di controllo.

Conseguentemente, anche nel 1° semestre dell’anno in corso,

l’Osservatorio Centrale sugli Appalti, istituito presso il I Reparto

“Investigazioni preventive” della DIA per effetto della circolare del 18

novembre 2003 del Capo della Polizia - Direttore Generale della

Pubblica Sicurezza, ha proseguito nell’attività di analisi e di

coordinamento, in un’ottica di positiva ed oramai collaudata osmosi

info-operativa con i Gruppi Interforze operanti presso le Prefetture-

UTG, come previsto dal dispositivo previsto dall’art. 5, comma 3, del

D.M. 14 marzo 2003 del Ministro dell’Interno.

In particolare, la DIA, nel corso dei primi sei mesi del 2006, ha

effettuato 21 monitoraggi di imprese impegnate nei grandi lavori

pubblici, che hanno riguardato anche 337 società collegate. I soggetti

controllati sono stati 1.301.

In parallelo alla prefata attività di monitoraggio, è stata incentivata

l’attività di accesso ispettivo nei cantieri, espressamente prevista dal

D.M. sopraccitato, la cui pratica attuazione è affidata ai Gruppi

Interforze. L’Osservatorio centrale sugli Appalti ha anche coordinato

18 interventi operativi presso i cantieri, disposti dall’Autorità

prefettizia e condotti dalla DIA, dalle Forze di polizia territoriali e da

8

altri Organi istituzionali (Ispettorati del Lavoro, Aziende Sanitarie)

all’uopo interessati (cfr. l’allegata tabella illustrativa).

Gli esiti degli accertamenti esperiti hanno consentito alla Direzione di

avviare articolate investigazioni giudiziarie coordinate dai competenti

Pubblici Ministeri, nonché l’attivazione - proprio sulla scorta delle

risultanze degli accessi ispettivi adeguatamente approfonditi in sede

centrale - dei poteri di intervento antimafia del Prefetto ai fini

dell’adozione da parte delle competenti Stazioni Appaltanti dei

provvedimenti di rigore nei confronti delle imprese risultate

controindicate (rescissione dei contratti o revoca delle autorizzazioni

dei subappalti).

Altri provvedimenti di polizia ed amministrativi, per i settori di

specifico interesse, sono stati poi adottati dagli altri Organismi che

hanno partecipano agli accessi.

4. Attività di analisi dei fenomeni macrocriminali

E’ proseguita, anche per il decorso semestre, l’attività di analisi

“tattica” in ordine alle varie situazioni criminali sviluppatesi sul

territorio, nell’intento di orientare opportunamente l’attività

investigativa delle dipendenti Articolazioni periferiche.

In particolare, in tale contesto, la Direzione ha curato l’elaborazione di

uno studio specifico sulle “Presenze macrocriminali nelle province

lombarde” che, realizzato con il prezioso contributo informativo delle

locali Forze di polizia, analizza, per singola provincia, sia le tematiche

socio-economiche più sensibili sia le realtà criminali presenti sul

territorio, di matrice nazionale ed estera.

9

Inoltre, nel quadro delle attività di monitoraggio e di analisi strategica

dei fenomeni macrocriminali avviate dalla Direzione, particolare

impulso è stato impresso anche all’elaborazione di specifici lavori

rispondenti, tra l’altro, a più generali esigenze di collaborazione e di

condivisione del patrimonio informativo in subiecta materia con le

Autorità Centrali delle Forze di polizia e con la Direzione Nazionale

Antimafia.

In tale prospettiva sono state elaborate specifiche attività di analisi

sulle devianze criminali associative di etnia albanese e cinese, volte a

delineare, anche sulla base delle risultanze statistiche, le caratteristiche

delle fenomenologie delittuose, nonché a ricostruire la struttura e

l’operatività dei gruppi criminali, con particolare riferimento

all’incidenza sul territorio.

I suddetti studi sono poi confluiti nel più ampio alveo dell’attività di

analisi e di “intelligence” attivata presso la Dire zione Centrale della

Polizia Criminale, che ha avviato un preciso “iter” progettuale infooperativo,

a valenza interforze, volto proprio al monitoraggio delle

presenze criminali straniere in Italia.

Si tratta, a ben vedere, di metodologie di analisi dotate di particolare

concretezza ed efficacia poiché, in un quadro di condivisione degli

obiettivi, di concertazione e di interazione delle informazioni

possedute, permettono di approfondire adeguatamente quei fenomeni

delinquenziali che determinano maggiore allarme sociale,

consentendo, altresì, di individuare mirate soluzioni di intervento.

10

La DIA, conseguentemente, è intenzionata – in proiezione futura – ad

incentivare siffatte metodologie di analisi, investendo ulteriori risorse.

5. Investigazioni giudiziarie

Generalità

Nel primo semestre del 2006 la DIA ha concluso 26 indagini di polizia

giudiziaria - alcune delle quali sono state avviate d’iniziativa, mentre

altre sono state delegate dalle competenti Autorità Giudiziarie - e

sviluppato 268 operazioni di polizia giudiziaria, ancora in corso, che

riguardano rispettivamente:

- 127 cosa nostra;

- 48 camorra;

- 34 ‘ndrangheta;

- 24 criminalità organizzata pugliese;

- 35 altre associazioni di tipo mafioso nazionali e straniere.

A coronamento delle indagini concluse, sono state eseguite misure

cautelari nei confronti di 211 soggetti, di cui:

Ø 15 affiliati a “Cosa nostra”;

Ø 115 della camorra;

Ø 45 delle cosche calabresi;

Ø 18 della delinquenza organizzata pugliese;

Ø 18 delle mafie straniere.

Nella presente sezione vengono illustrate le attività svolte ed i risultati

conseguiti, nel periodo di riferimento, nell’ambito delle investigazioni

giudiziarie relative alle associazioni di tipo mafioso, condotte dalle

Articolazioni periferiche della DIA con il raccordo e supporto di

quelle centrali.

11

Le risultanze operative, di cui si riportano quelle più significative,

sono precedute da una sintetica disamina degli aspetti concernenti sia

le tradizionali organizzazioni criminali autoctone sia quelle di matrice

straniera.

Criminalità organizzata autoctona

Cosa nostra

Nel periodo in esame non sono stati rilevati significativi mutamenti

nelle regole strutturali di cosa nostra2.

L’estensione territoriale dei mandamenti, una volta esattamente

individuabili con riferimento al territorio geografico, ha subito dei

cambiamenti poiché alcune famiglie mafiose hanno esteso la loro

influenza nei territori limitrofi.

Nella distribuzione delle zone di influenza hanno prevalso le

“famiglie” piccole ed esenti dal fenomeno del pentitismo, mentre

maggiore peso, anche nelle decisioni interne, hanno assunto i vertici

provinciali.

Permane il fenomeno delle estorsioni, da considerare una delle pietre

miliari del percorso criminale delle “famiglie” mafiose, nonché

primaria fonte di sostentamento e di proventi illeciti, che è praticato

attraverso gli atti delittuosi prodromici, quali danneggiamenti ed

intimidazioni3.

2 Cosa nostra si fonda sempre sulla “famiglia”, nel cui ambito assumono fondamentale importanza

i legami di sangue, intesi quali criteri concretamente praticabili nell’individuazione e nella scelta

dei capi e dei gregari e che, in pratica, dovrebbero formare una “barriera” contro qualsiasi

tentazione di collaborazione con la giustizia. E’ proprio attraverso i rapporti parentali che sempre

più spesso la predetta organizzazione tenta di assicurare stabilità agli assetti ormai consolidati e di

garantire l’impermeabilità della stessa struttura mafiosa.

3 Le attività di indagine, purtroppo, continuano ad evidenziare l’atteggiamento da parte dei soggetti

sottoposti alla pressione estorsiva di non denunciare, di non collaborare alle indagini o addirittura

di negare le vessazioni economiche subite, anche dopo l’azione delle Forze di polizia.

12

L’assenza di conflittualità tra le cosche nelle province, oltre ad essere

effetto di una precisa strategia adottata da cosa nostra in Sicilia,

potrebbe essere determinata soprattutto dal ruolo incontrastato assunto

dai leader all’interno della stessa organizzazione.

Queste considerazioni sono ritenute valide anche dopo l’arresto,

avvenuto nell’aprile 2006, di Bernardo PROVENZANO, che era

riuscito nell’opera di mediazione tra i boss reclusi nelle carceri, con

regime ex art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, e i capi

emergenti interessati alla gestione immediata delle attività illecite sul

territorio.

Considerati gli enormi interessi in gioco, non appare verosimile un

cambiamento di tale strategia. La non belligeranza tra le cosche,

nonché la volontà mafiosa di non contrapporsi violentemente allo

Stato, appaiono essere le linee guida ritenute indispensabili per la

sopravvivenza, il continuo ammodernamento e l’ulteriore

rafforzamento dell’organizzazione4.

Il contesto criminale della città di Palermo appare estremamente

eterogeneo, poiché operano numerosi sodalizi di tipo mafioso, ognuno

dei quali esercita la propria influenza su ambiti territoriali ben

distinti5.

Anche il territorio provinciale mantiene la suddivisione territoriale in

mandamenti, tra i quali assume particolare rilevanza quello di San

Giuseppe Jato6.

Anche se si registra una velata pax mafiosa, non vanno sottovalutati

alcuni fattori potenziali di instabilità e crisi, in particolare

nell’agrigentino, dove alcuni omicidi perpetrati nel territorio di

4 Lo scarso numero di omicidi perpetrati nei territori del palermitano e del trapanese potrebbe

contribuire ad attenuare l’attenzione dell’opinione pubblica nei riguardi del pericolo mafioso.

5 A Palermo è sentita l’influenza di Salvatore LO PICCOLO, latitante da oltre vent’anni, il quale

esercita la sua leadership nei quartieri San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello,

Pallavicino e Cardillo,

6 Il mandamento risulterebbe retto dal latitante di spicco Domenico RACCUGLIA.

13

Ravanusa sembrano costituire indice dell’esistenza di una accesa faida

per il controllo dei traffici illeciti7.

Pur in presenza di fatti delittuosi, cosa nostra agrigentina tende a

rispettare la regola dell’“inabissamento”, tentando di imporsi

attraverso la consumazione dei tipici delitti di mafia.

In provincia di Trapani, dopo l’arresto nel 2005 di Francesco PACE,

reggente del mandamento del capoluogo, la situazione sembrerebbe

rimasta pressoché immutata e nulla fa presupporre che la leadership, a

livello provinciale, del latitante Matteo MESSINA DENARO possa

essere messa in discussione.

Segnali di tentativi di infiltrazione mafiosa nella Pubblica

Amministrazione sono stati rilevati a Castellammare del Golfo8.

Nella Sicilia centrale non sono stati registrati significativi mutamenti.

Il dato appare confermato anche per la sostanziale assenza di fatti

delittuosi eclatanti, a fronte della costante presenza di atti estorsivi e di

reati ad essi connessi (incendi, danneggiamenti ed altro).

Nella provincia di Caltanissetta l’organizzazione di cosa nostra,

dominata dalla leadership del boss detenuto Giuseppe “Piddu”

MADONIA, risulta sempre più protesa all’infiltrazione nel settore dei

pubblici appalti, alla gestione di attività economiche di qualificata

redditività tramite prestanome, al traffico di sostanze stupefacenti ed

alle estorsioni.

Anche nel territorio gelese sono confermati gli equilibri di forza tra i

gruppi di cosa nostra e quelli della stidda9. Immutata risulta l’azione

delle cosche nei settori estorsivi e del traffico di droga.

7 Si fa riferimento all’uccisione, in data 1° giugno 2006, del pregiudicato Angelo LENTINI,

ritenuto organico alla famiglia di Ravanusa, fratello di Giuseppe LENTINI (ucciso con analoghe

modalità in quel territorio nel maggio 2005) e all’omicidio, avvenuto il 23 aprile 2006, di Vito

ZAGARRIO, pastore, pregiudicato, indicato quale persona di fiducia del capo famiglia Luigi

BONCORI, in atto detenuto.

8 Al riguardo si rammenta lo scioglimento per infiltrazione mafiosa, nel marzo 2006, del consiglio

comunale di Castellammare del Golfo, disposto a conclusione del lavoro svolto dagli ispettori

prefettizi.

14

In provincia di Enna appare confermata l’egemonia di cosa nostra e

del boss detenuto “Piddu” MADONIA. Nel territorio perdura la

pressione estorsiva ai danni di imprenditori e commercianti, aggravata

da frange criminali provenienti dalle province di Catania e Messina.

Il territorio provinciale di Ragusa è stato interessato dall’insediamento

di soggetti di estrazione palermitana, mediante l’acquisto di fondi

rustici e l’avvio di aziende agricole. Infatti, considerato che il settore

agricolo costituisce il volano dell’economia provinciale iblea, attorno

ad esso sembrerebbero gravitare i principali interessi illeciti della

criminalità locale.

Nella Sicilia orientale si conferma il mosaico eterogeneo di formazioni

operanti sul territorio: SANTAPAOLA e MAZZEI, quali espressioni

di cosa nostra; i gruppi LAUDANI, PILLERA - CAPPELLO e

SCIUTO, quali espressione di una criminalità organizzata esterna a

cosa nostra, un tempo coagulata intorno al potente clan dei

CURSOTI, poi soppiantato dal gruppo SANTAPAOLA al termine di

una violenta guerra per il predominio sulle attività illecite10.

La criminalità catanese agirebbe attualmente in maniera coordinata,

segnalandosi alcuni contrasti brevi e cruenti, che ritornano con fasi

cicliche, ma che permangono confinati all’interno delle singole

formazioni. I clan etnei avrebbero così eliminato situazioni conflittuali

per ripristinare gerarchie accettate e per tornare a gestire le attività

illegali in un contesto contrassegnato dalla “pace mafiosa” e dal

bilanciamento delle forze in campo11.

9 In particolare, nell’ambito di cosa nostra gelese risulta egemone la “famiglia” facente capo al

latitante Daniele Salvatore EMMANUELLO.

10 Gli odierni equilibri criminali costituiscono quindi il punto di arrivo di decenni di contrasti,

alleanze, spartizione di settori d’influenza tra gruppi diversi.

11 Gli antichi conflitti tra gruppi rivali sarebbero stati ormai sostituiti da una politica di

composizione pacifica delle controversie. La rinuncia a forme evidenti di conflittualità armata non

sarebbe stata la conseguenza di una libera scelta sul piano strategico, quanto piuttosto un’opzione

resasi necessaria dall’azione repressiva delle Forze di polizia, che ha portato alla sostanziale