Fin qui tutto bene. I problemi nascono quando il Ministero della Giustizia stanzia 50 mila euro per l'operazione e le ditte che partecipano alla gara d'appalto chiedono ben 85 mila euro. Ciò avveniva nove mesi fa e da allora tutto tace; il tempo passa e la situazione comincia a divenire, per l'appunto, preoccupante.
La strage di Piazza Fontana ha segnato in modo indelebile la vita dell'Italia democratica. Il figlio del giudice Alessandrini la definisce il nostro 11 settembre e non senza qualche ragione. Da quel tragico attentato niente fu come prima, quella strage non è solo l'inizio di venti anni di sangue ma ne rappresenta anche una delle cause scatenanti.
Non è possibile, in questa sede, richiamare tutto quello che scaturì direttamente e indirettamente da Piazza Fontana. Ma ci preme rammentare che il primo processo per Piazza Fontana, da subito apparso come il più rilevante della storia repubblicana, fu spostato dalla sua sede naturale, Milano, ad altra sede, Catanzaro. E a Catanzaro l'Italia non incontrò la riproduzione periferica del porto delle nebbie, ma si imbattè in giudici attenti e preparati che seppero compiere qualche passo verso la verità e spazzarono definitivamente via le menzogne con cui si era tentato di incolpare della strage Pietro Valpreda e gli anarchici.
Con Piazza Fontana l'Italia perse l'innocenza residua e iniziò un lungo e tormentato viaggio nella scoperta della violenza, della paura, dei depistaggi, dei servizi segreti deviati e della fragilità della democrazia. Conservare memoria di quegli avvenimenti è un dovere delle istituzioni, come è un dovere delle istituzioni rendere fruibili quei dati che potrebbero un giorno servire a pronunciare finalmente una verità giudiziaria su quella strage. Per questo riteniamo che non spetti a privati cittadini o a singole associazioni raccogliere i soldi indispensabili perché non sparisca un pezzo della storia italiana, ma al contrario crediamo che sia compito primario ed ineludibile delle istituzioni pubbliche intervenire per evitare che ciò accada.
Con il processo di Piazza Fontana l'Italia scoprì Catanzaro e
RELAZIONE DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA relativa al primo semestre del 2006
MINISTERO DELL’INTERNO
DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA
ATTIVITA’ SVOLTA
E
RISULTATI CONSEGUITI
1° semestre 2006
1
PREMESSA
La presente relazione, riferita al periodo 1° gennaio - 30
giugno 2006 e redatta ai sensi dell’art. 5 del decreto
legge 29 ottobre 1991 n. 345, convertito, con
modificazioni, nella legge 30 dicembre 1991, n. 410, si
compone di due parti:
· la prima dedicata all’attività svolta ed ai risultati conseguiti dalla
DIA;
· la seconda riferita alle progettualità ed alla strategia operativa
futura della Direzione.
Alla luce del quadro normativo di riferimento1 la DIA ha svolto
investigazioni preventive, analisi su gruppi criminali autoctoni ed
allogeni, nonché indagini di polizia giudiziaria relative a delitti di
associazione di tipo mafioso o comunque ricollegabili alla previsione
di cui all’art. 416 bis del codice penale.
Avuto riguardo, poi, agli obiettivi strategici individuati dalla Direttiva
Generale per l’attività amministrativa e per la gestione relativa al
2006, emanata dal Ministro dell’Interno il 3 marzo 2006, il Capo della
Polizia - Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, con decreto del
14 aprile 2006, fermo restando l’espletamento dell’attività
istituzionale ordinaria, ha assegnato alla DIA l’obiettivo operativo di
“Proseguire le attività di monitoraggio attribuite a livello centrale
alla D.I.A. per la prevenzione e repressione di tentativi di infiltrazione
mafiosa negli appalti relativi alle cd. “21 Grandi Opere””, nonché ha
chiamato la Struttura interforze a concorrere, tra l’altro, all’obiettivo
operativo - affidato alla Direzione Centrale della Polizia Criminale - di
1 Art.3 della legge n.410/91.
2
“Ottimizzare l’aggressione ai patrimoni illeciti attraverso la selezione
degli obiettivi, la condi visione delle informazioni ed il monitoraggio
dell’azione di contrasto”.
3
PARTE I
ATTIVITÀ SVOLTA E RISULTATI CONSEGUITI
4
1. Aggressione ai patrimoni mafiosi
Non vi è dubbio come, nell’azione di contrasto alla criminalità
organizzata, l’attività volta al sequestro ed alla confisca dei patrimoni
illecitamente accumulati costituisca, ormai, un punto fermo di sicura
rilevanza.
Proprio in questa ottica la DIA, nel corso del primo semestre del 2006,
ha profuso un intenso sforzo investigativo, avviando la realizzazione
di innovativi e specifici progetti nel settore delle misure di
prevenzione, i cui dettagli verranno illustrati nel prosieguo, che hanno
consentito, oltre una marcata implementazione della specifica attività
con riferimento al numero delle proposte inoltrate ai Tribunali, anche
il conseguimento di considerevoli risultati avuto riguardo alla
consistenza dei valori patrimoniali sottratti alla criminalità mafiosa.
In particolare, l’attività (cfr. infra la tabella riassuntiva) ha consentito,
nel primo semestre di quest’anno, di inoltrare 63 proposte di
applicazione di misure di prevenzione personali e patrimoniali di cui:
- 21 a firma del Direttore;
- 42 quale frutto del lavoro svolto su delega delle Direzioni
Distrettuali Antimafia.
I sequestri di beni, effettuati ai sensi della legge 31 maggio 1965, n.
575 e succ. mod. ed integrazioni, ammontano ad un valore
complessivo pari a 44.845.000 euro.
Le confische, effettuate in forza della predetta legislazione antimafia
ed ai sensi dell’art. 12 sexies del D.L. 306/1992, sono pari a
14.315.000 euro.
5
I sequestri preventivi, intervenuti nel corso delle indagini di poliz ia
giudiziaria, hanno colpito beni mobili ed immobili per un valore di
174.253.000 euro.
Ne consegue che il valore complessivo dei beni sottratti alle cosche è
di 233.413.000 euro circa.
2. Antiriciclaggio
Come noto, ai sensi del D.L. 3 maggio 1991, n.143, concernente
“Provvedimenti urgenti per limitare l’uso del contante e dei titoli al
portatore nelle transazioni finanziarie a scopo di riciclaggio”,
convertito nella legge 5 luglio 1991, n. 197, il dispositivo di
prevenzione è composto dalle Autorità di vigilanza del settore, da
soggetti terzi rispetto all’amministrazione statale chiamati ad una
collaborazione attiva con le autorità di vigilanza e da soggetti
interessati alla vigilanza a fini investigativi, quali la Direzione
Investigativa Antimafia, il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria e la
Direzione Nazionale Antimafia.
Esso è disciplinato da disposizioni rigorose e dettagliate in materia di
antiriciclaggio, peraltro in fase evolutiva, come illustrato nella seconda
parte della relazione.
Le segnalazioni di operazioni sospette rappresentano, dunque, il fulcro
della prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di
riciclaggio ed i previsti approfondimenti garantiscono un adeguato
carattere di sistematicità all’attività di controllo sancita dalla legge.
Nell’ambito dell’attività prevista ai sensi dell’art. 3 del D.L. 143/1991
prima richiamato, la DIA, nel 1° semestre di quest’anno, ha trattato
6
6.570 segnalazioni di operazioni sospette, pervenute dall’Ufficio
Italiano Cambi, di cui n. 147 sono state trattenute per i successivi
sviluppi investigativi.
Da un esame comparato con i dati relativi allo stesso periodo dello
scorso anno, si rileva un trend in ascesa, stante il fatto che le
segnalazioni pervenute nel corso del primo semestre 2005 erano state
3534.
Con riferimento, poi, al flusso delle segnalazioni, continua ad essere
prevalente la percentuale di quelle provenienti dagli istituti di credito
allocati nel Nord Italia mentre, con riferimento alla tipologia dei
soggetti segnalanti, gli intermediari non bancari si collocano nelle
ultime posizioni (cfr. infra la tabella riassuntiva).
3. Appalti pubblici
Con riguardo ai tentativi di penetrazione della criminalità organizzata
nei circuiti legali dell’economia, un ruolo di rilievo va, senz’altro,
assegnato ai tentativi di infiltrazione criminale negli appalti pubblici,
come evidenziato dalle esperienze investigative che hanno dimostrato
come il mercato delle commesse pubbliche possa costituire una fonte
privilegiata di approvvigionamento di ricchezza e di profitti illeciti per
i sodalizi mafiosi.
In tale contesto la DIA svolge un ruolo centrale nel sistema di
monitoraggio degli appalti pubblici relativi alle cc.dd. “ Grandi Opere”
per la prevenzione e la repressione dei tentativi di infiltrazione
mafiosa - come diffusamente sarà illustrato nella seconda parte della
7
presente relazione - mediante l’attivazione di una innovativa
metodologia operativa orientata:
- all’incentivazione degli accessi ispettivi presso i cantieri;
- al supporto dell’attività prefettizia sul territorio con i monitoraggi
delle imprese incaricate della realizzazione delle opere;
- all’addestramento del personale impegnato nel progetto operativo
di controllo.
Conseguentemente, anche nel 1° semestre dell’anno in corso,
l’Osservatorio Centrale sugli Appalti, istituito presso il I Reparto
“Investigazioni preventive” della DIA per effetto della circolare del 18
novembre 2003 del Capo della Polizia - Direttore Generale della
Pubblica Sicurezza, ha proseguito nell’attività di analisi e di
coordinamento, in un’ottica di positiva ed oramai collaudata osmosi
info-operativa con i Gruppi Interforze operanti presso le Prefetture-
UTG, come previsto dal dispositivo previsto dall’art. 5, comma 3, del
D.M. 14 marzo 2003 del Ministro dell’Interno.
In particolare, la DIA, nel corso dei primi sei mesi del 2006, ha
effettuato 21 monitoraggi di imprese impegnate nei grandi lavori
pubblici, che hanno riguardato anche 337 società collegate. I soggetti
controllati sono stati 1.301.
In parallelo alla prefata attività di monitoraggio, è stata incentivata
l’attività di accesso ispettivo nei cantieri, espressamente prevista dal
D.M. sopraccitato, la cui pratica attuazione è affidata ai Gruppi
Interforze. L’Osservatorio centrale sugli Appalti ha anche coordinato
18 interventi operativi presso i cantieri, disposti dall’Autorità
prefettizia e condotti dalla DIA, dalle Forze di polizia territoriali e da
8
altri Organi istituzionali (Ispettorati del Lavoro, Aziende Sanitarie)
all’uopo interessati (cfr. l’allegata tabella illustrativa).
Gli esiti degli accertamenti esperiti hanno consentito alla Direzione di
avviare articolate investigazioni giudiziarie coordinate dai competenti
Pubblici Ministeri, nonché l’attivazione - proprio sulla scorta delle
risultanze degli accessi ispettivi adeguatamente approfonditi in sede
centrale - dei poteri di intervento antimafia del Prefetto ai fini
dell’adozione da parte delle competenti Stazioni Appaltanti dei
provvedimenti di rigore nei confronti delle imprese risultate
controindicate (rescissione dei contratti o revoca delle autorizzazioni
dei subappalti).
Altri provvedimenti di polizia ed amministrativi, per i settori di
specifico interesse, sono stati poi adottati dagli altri Organismi che
hanno partecipano agli accessi.
4. Attività di analisi dei fenomeni macrocriminali
E’ proseguita, anche per il decorso semestre, l’attività di analisi
“tattica” in ordine alle varie situazioni criminali sviluppatesi sul
territorio, nell’intento di orientare opportunamente l’attività
investigativa delle dipendenti Articolazioni periferiche.
In particolare, in tale contesto, la Direzione ha curato l’elaborazione di
uno studio specifico sulle “Presenze macrocriminali nelle province
lombarde” che, realizzato con il prezioso contributo informativo delle
locali Forze di polizia, analizza, per singola provincia, sia le tematiche
socio-economiche più sensibili sia le realtà criminali presenti sul
territorio, di matrice nazionale ed estera.
9
Inoltre, nel quadro delle attività di monitoraggio e di analisi strategica
dei fenomeni macrocriminali avviate dalla Direzione, particolare
impulso è stato impresso anche all’elaborazione di specifici lavori
rispondenti, tra l’altro, a più generali esigenze di collaborazione e di
condivisione del patrimonio informativo in subiecta materia con le
Autorità Centrali delle Forze di polizia e con la Direzione Nazionale
Antimafia.
In tale prospettiva sono state elaborate specifiche attività di analisi
sulle devianze criminali associative di etnia albanese e cinese, volte a
delineare, anche sulla base delle risultanze statistiche, le caratteristiche
delle fenomenologie delittuose, nonché a ricostruire la struttura e
l’operatività dei gruppi criminali, con particolare riferimento
all’incidenza sul territorio.
I suddetti studi sono poi confluiti nel più ampio alveo dell’attività di
analisi e di “intelligence” attivata presso la Dire zione Centrale della
Polizia Criminale, che ha avviato un preciso “iter” progettuale infooperativo,
a valenza interforze, volto proprio al monitoraggio delle
presenze criminali straniere in Italia.
Si tratta, a ben vedere, di metodologie di analisi dotate di particolare
concretezza ed efficacia poiché, in un quadro di condivisione degli
obiettivi, di concertazione e di interazione delle informazioni
possedute, permettono di approfondire adeguatamente quei fenomeni
delinquenziali che determinano maggiore allarme sociale,
consentendo, altresì, di individuare mirate soluzioni di intervento.
10
La DIA, conseguentemente, è intenzionata – in proiezione futura – ad
incentivare siffatte metodologie di analisi, investendo ulteriori risorse.
5. Investigazioni giudiziarie
Generalità
Nel primo semestre del 2006 la DIA ha concluso 26 indagini di polizia
giudiziaria - alcune delle quali sono state avviate d’iniziativa, mentre
altre sono state delegate dalle competenti Autorità Giudiziarie - e
sviluppato 268 operazioni di polizia giudiziaria, ancora in corso, che
riguardano rispettivamente:
- 127 cosa nostra;
- 48 camorra;
- 34 ‘ndrangheta;
- 24 criminalità organizzata pugliese;
- 35 altre associazioni di tipo mafioso nazionali e straniere.
A coronamento delle indagini concluse, sono state eseguite misure
cautelari nei confronti di 211 soggetti, di cui:
Ø 15 affiliati a “Cosa nostra”;
Ø 115 della camorra;
Ø 45 delle cosche calabresi;
Ø 18 della delinquenza organizzata pugliese;
Ø 18 delle mafie straniere.
Nella presente sezione vengono illustrate le attività svolte ed i risultati
conseguiti, nel periodo di riferimento, nell’ambito delle investigazioni
giudiziarie relative alle associazioni di tipo mafioso, condotte dalle
Articolazioni periferiche della DIA con il raccordo e supporto di
quelle centrali.
11
Le risultanze operative, di cui si riportano quelle più significative,
sono precedute da una sintetica disamina degli aspetti concernenti sia
le tradizionali organizzazioni criminali autoctone sia quelle di matrice
straniera.
Criminalità organizzata autoctona
Cosa nostra
Nel periodo in esame non sono stati rilevati significativi mutamenti
nelle regole strutturali di cosa nostra2.
L’estensione territoriale dei mandamenti, una volta esattamente
individuabili con riferimento al territorio geografico, ha subito dei
cambiamenti poiché alcune famiglie mafiose hanno esteso la loro
influenza nei territori limitrofi.
Nella distribuzione delle zone di influenza hanno prevalso le
“famiglie” piccole ed esenti dal fenomeno del pentitismo, mentre
maggiore peso, anche nelle decisioni interne, hanno assunto i vertici
provinciali.
Permane il fenomeno delle estorsioni, da considerare una delle pietre
miliari del percorso criminale delle “famiglie” mafiose, nonché
primaria fonte di sostentamento e di proventi illeciti, che è praticato
attraverso gli atti delittuosi prodromici, quali danneggiamenti ed
intimidazioni3.
2 Cosa nostra si fonda sempre sulla “famiglia”, nel cui ambito assumono fondamentale importanza
i legami di sangue, intesi quali criteri concretamente praticabili nell’individuazione e nella scelta
dei capi e dei gregari e che, in pratica, dovrebbero formare una “barriera” contro qualsiasi
tentazione di collaborazione con la giustizia. E’ proprio attraverso i rapporti parentali che sempre
più spesso la predetta organizzazione tenta di assicurare stabilità agli assetti ormai consolidati e di
garantire l’impermeabilità della stessa struttura mafiosa.
3 Le attività di indagine, purtroppo, continuano ad evidenziare l’atteggiamento da parte dei soggetti
sottoposti alla pressione estorsiva di non denunciare, di non collaborare alle indagini o addirittura
di negare le vessazioni economiche subite, anche dopo l’azione delle Forze di polizia.
12
L’assenza di conflittualità tra le cosche nelle province, oltre ad essere
effetto di una precisa strategia adottata da cosa nostra in Sicilia,
potrebbe essere determinata soprattutto dal ruolo incontrastato assunto
dai leader all’interno della stessa organizzazione.
Queste considerazioni sono ritenute valide anche dopo l’arresto,
avvenuto nell’aprile 2006, di Bernardo PROVENZANO, che era
riuscito nell’opera di mediazione tra i boss reclusi nelle carceri, con
regime ex art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, e i capi
emergenti interessati alla gestione immediata delle attività illecite sul
territorio.
Considerati gli enormi interessi in gioco, non appare verosimile un
cambiamento di tale strategia. La non belligeranza tra le cosche,
nonché la volontà mafiosa di non contrapporsi violentemente allo
Stato, appaiono essere le linee guida ritenute indispensabili per la
sopravvivenza, il continuo ammodernamento e l’ulteriore
rafforzamento dell’organizzazione4.
Il contesto criminale della città di Palermo appare estremamente
eterogeneo, poiché operano numerosi sodalizi di tipo mafioso, ognuno
dei quali esercita la propria influenza su ambiti territoriali ben
distinti5.
Anche il territorio provinciale mantiene la suddivisione territoriale in
mandamenti, tra i quali assume particolare rilevanza quello di San
Giuseppe Jato6.
Anche se si registra una velata pax mafiosa, non vanno sottovalutati
alcuni fattori potenziali di instabilità e crisi, in particolare
nell’agrigentino, dove alcuni omicidi perpetrati nel territorio di
4 Lo scarso numero di omicidi perpetrati nei territori del palermitano e del trapanese potrebbe
contribuire ad attenuare l’attenzione dell’opinione pubblica nei riguardi del pericolo mafioso.
5 A Palermo è sentita l’influenza di Salvatore LO PICCOLO, latitante da oltre vent’anni, il quale
esercita la sua leadership nei quartieri San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello,
Pallavicino e Cardillo,
6 Il mandamento risulterebbe retto dal latitante di spicco Domenico RACCUGLIA.
13
Ravanusa sembrano costituire indice dell’esistenza di una accesa faida
per il controllo dei traffici illeciti7.
Pur in presenza di fatti delittuosi, cosa nostra agrigentina tende a
rispettare la regola dell’“inabissamento”, tentando di imporsi
attraverso la consumazione dei tipici delitti di mafia.
In provincia di Trapani, dopo l’arresto nel 2005 di Francesco PACE,
reggente del mandamento del capoluogo, la situazione sembrerebbe
rimasta pressoché immutata e nulla fa presupporre che la leadership, a
livello provinciale, del latitante Matteo MESSINA DENARO possa
essere messa in discussione.
Segnali di tentativi di infiltrazione mafiosa nella Pubblica
Amministrazione sono stati rilevati a Castellammare del Golfo8.
Nella Sicilia centrale non sono stati registrati significativi mutamenti.
Il dato appare confermato anche per la sostanziale assenza di fatti
delittuosi eclatanti, a fronte della costante presenza di atti estorsivi e di
reati ad essi connessi (incendi, danneggiamenti ed altro).
Nella provincia di Caltanissetta l’organizzazione di cosa nostra,
dominata dalla leadership del boss detenuto Giuseppe “Piddu”
MADONIA, risulta sempre più protesa all’infiltrazione nel settore dei
pubblici appalti, alla gestione di attività economiche di qualificata
redditività tramite prestanome, al traffico di sostanze stupefacenti ed
alle estorsioni.
Anche nel territorio gelese sono confermati gli equilibri di forza tra i
gruppi di cosa nostra e quelli della stidda9. Immutata risulta l’azione
delle cosche nei settori estorsivi e del traffico di droga.
7 Si fa riferimento all’uccisione, in data 1° giugno 2006, del pregiudicato Angelo LENTINI,
ritenuto organico alla famiglia di Ravanusa, fratello di Giuseppe LENTINI (ucciso con analoghe
modalità in quel territorio nel maggio 2005) e all’omicidio, avvenuto il 23 aprile 2006, di Vito
ZAGARRIO, pastore, pregiudicato, indicato quale persona di fiducia del capo famiglia Luigi
BONCORI, in atto detenuto.
8 Al riguardo si rammenta lo scioglimento per infiltrazione mafiosa, nel marzo 2006, del consiglio
comunale di Castellammare del Golfo, disposto a conclusione del lavoro svolto dagli ispettori
prefettizi.
14
In provincia di Enna appare confermata l’egemonia di cosa nostra e
del boss detenuto “Piddu” MADONIA. Nel territorio perdura la
pressione estorsiva ai danni di imprenditori e commercianti, aggravata
da frange criminali provenienti dalle province di Catania e Messina.
Il territorio provinciale di Ragusa è stato interessato dall’insediamento
di soggetti di estrazione palermitana, mediante l’acquisto di fondi
rustici e l’avvio di aziende agricole. Infatti, considerato che il settore
agricolo costituisce il volano dell’economia provinciale iblea, attorno
ad esso sembrerebbero gravitare i principali interessi illeciti della
criminalità locale.
Nella Sicilia orientale si conferma il mosaico eterogeneo di formazioni
operanti sul territorio: SANTAPAOLA e MAZZEI, quali espressioni
di cosa nostra; i gruppi LAUDANI, PILLERA - CAPPELLO e
SCIUTO, quali espressione di una criminalità organizzata esterna a
cosa nostra, un tempo coagulata intorno al potente clan dei
CURSOTI, poi soppiantato dal gruppo SANTAPAOLA al termine di
una violenta guerra per il predominio sulle attività illecite10.
La criminalità catanese agirebbe attualmente in maniera coordinata,
segnalandosi alcuni contrasti brevi e cruenti, che ritornano con fasi
cicliche, ma che permangono confinati all’interno delle singole
formazioni. I clan etnei avrebbero così eliminato situazioni conflittuali
per ripristinare gerarchie accettate e per tornare a gestire le attività
illegali in un contesto contrassegnato dalla “pace mafiosa” e dal
bilanciamento delle forze in campo11.
9 In particolare, nell’ambito di cosa nostra gelese risulta egemone la “famiglia” facente capo al
latitante Daniele Salvatore EMMANUELLO.
10 Gli odierni equilibri criminali costituiscono quindi il punto di arrivo di decenni di contrasti,
alleanze, spartizione di settori d’influenza tra gruppi diversi.
11 Gli antichi conflitti tra gruppi rivali sarebbero stati ormai sostituiti da una politica di
composizione pacifica delle controversie. La rinuncia a forme evidenti di conflittualità armata non
sarebbe stata la conseguenza di una libera scelta sul piano strategico, quanto piuttosto un’opzione
resasi necessaria dall’azione repressiva delle Forze di polizia, che ha portato alla sostanziale