Il coordinamento nazionale dei Comitati contro le grandi opere (NO TAV,
NO PONTE, NO MOSE, NO INCENERITORI, NO GASSIFICATORI, ECC. SI ALLO
SVILUPPO SOSTENIBILE DEL TERRITORIO), insieme alle Associazioni
ambientaliste, alla Rete del Nuovo Municipio, alla rivista Carta, al
quotidiano Il Manifesto, ai rappresentanti della Campagna Sbilanciamoci
e a molte altre organizzazioni che stanno aderendo in queste ore, ha
indetto per sabato 30 settembre a Roma una Manifestazione Nazionale per
l'accantonamento della Legge Obiettivo e la revisione integrale del
programma di realizzazione di opere pubbliche, nei settori trasporti,
territorio, energia, rifiuti, etc, tra l'altro largamente scoperte
di risorse finanziarie. Con l'iniziativa si intende inoltre promuovere un
nuovo Piano generale dei Trasporti e Nuovi Programmi, Nazionali e
Regionali, per l'energia, i Rifiuti, il territorio, il Paesaggio e,
quindi, per lo Sviluppo Locale Sostenibile, realizzati secondo
l'approccio irrinunciabile della tutela e valorizzazione ambientale,
della partecipazione dei cittadini e della reale utilità sociale delle
operazioni proposte.
Il nuovo governo dimostra di voler segnare una svolta nella
pianificazione del territorio e dei trasporti, per esempio abbandonando
il progetto del ponte sullo Stretto, inutile, dannoso e costosissimo,
procedendo all'applicazione corretta e integrale della VIA alla TAV
Torino-Lione o rivedendo la Legge delega sull'Ambiente. Tuttavia su
troppi programmi o settori permane ancora la vecchia logica del
"realizzare senza pensare", anche opere contro la razionalità
e il senso comune, oltre che spesso contro l'ambiente, la cultura e il
paesaggio italiano. Uno dei temi ancora non affrontati o sottovalutati
dall'esecutivo riguarda proprio le condizioni del territorio, sia in
termini di fragilità dell'assetto idrogeologico che come perdita di
funzionalità e di qualità del paesaggio, a causa dell'urbanizzazione
diffusa ed eccessiva che da decenni pervade gli ambiti nazionali e che è
diventata un freno, piuttosto che un fattore di sviluppo sostenibile.
La manifestazione, accanto ai NO, GRANDI NO, alle opere inutilmente
devastanti, vuole invece segnare l'avvio di una grande campagna di
sensibilizzazione etica e culturale del Paese che promuova una nuova
fase di vivibilità e qualità sociale, legando la questione economica al
patrimonio culturale ed ambientale dei tanti importanti luoghi italiani.
Si è svolta ieri, 6 settembre 2006 presso la sezione P. Suraci del Pdci l’assemblea della Rete Antifascista reggina.
Ferma restando la volontà comune di costruire e fare crescere suddetta rete, si è ribadita la necessità di denunciare i “nuovi e vecchi fascismi” portati avanti dal sindaco Scopelliti e da esponenti storici delle destre reggine attraverso nuove forme di comunicazione che possano mettere in risalto non solo le loro posizioni ideologiche, ma soprattutto quanto si nasconde dietro la strategia della tensione, da sempre utilizzata dall’estrema destra per creare disordine sociale, instabilità, un clima fatto di minacce e terrore.
Oltre l’aspetto storico-ideologico-terroristico è necessario altresì concentrarsi sullo scempio politico portato avanti dalle nuove destre, cui più celatamente è legata una vergognosa gestione della cosa pubblica, con la relativa volontà da una parte di alimentare l’ignoranza disincentivando la crescita culturale e dall’altra alimentando il disastro socio-economico-ambientale del nostro territorio.
Dopo un’articolata discussione sul tema si è deciso più concretamente di organizzare delle manifestazioni che prevedano un percorso a tappe e che in sostanza vadano a toccare i singoli quartieri che costellano innumerevoli il nostro territorio, in modo da raggiungere nella maniera più capillare possibile la popolazione reggina.
Sarà così possibile presentare un lavoro di denuncia, servendosi di nuove forme comunicative quali proiezioni video, mostre fotografiche, e quanto altro.
Queste iniziative troveranno conclusione in un’ultima manifestazione per la quale si cercherà di organizzare nello stesso tempo anche un corteo e un concerto musicale.
Al fine di riuscire in questo progetto si renderà necessario creare tre distinti gruppi di lavoro:
· Se ne occuperanno : Danilo Barreca, Salvatore, Roberto, Laura.
La prossima assemblea si terrà lunedì 11 settembre alle ore 20:30 presso il C.S.O.A. “A. Cartella” di Gallico. I gruppi esporranno le loro proposte, nella speranza di riuscire a delineare meglio è più concretamente una strategia attuativa di quanto elaborato e proposto.
Perciò, in vista della prossima assemblea è necessario che ognuno scelga in quale gruppo collocarsi in modo che ogni singolo gruppo di lavoro possa iniziare a lavorare autonomamente.
La sera del 26 settembre del 1970, cinque giovani anarchici (Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, Annalise Borth) si dirigevano a Roma con la loro Mini Minor carica di documenti comprovanti che il deragliamento del treno di Gioia Tauro (22 luglio 1970) era stato causato da una bomba messa ad arte dai neofascisti in accordo con la 'ndrangheta. Questi documenti mostravano un evidente collegamento tra la rivolta di Reggio Calabria scoppiata al grido "boia chi molla ", lanciato dal missino Ciccio Franco il giorno 14 luglio 1970 e l'attentato di Gioia Tauro, ed inoltre mettevano in luce la catena di comando che da Reggio Calabria conduceva fino alla Roma del disegno golpista del principe Junio Valerio Borghese che sarebbe scattato 8 dicembre 1970.
Ad aspettare i cinque giovani a Roma quella notte c'erano i compagni anarchici della capitale, con i cinque giovani viaggiavano i sogni, le utopie, la speranza di cambiare l'Italia, gli ideali rivoluzionari, tutto questo però fu inutile perché a 58 Km da Roma, nel tratto che attraversa la provincia di Frosinone, la piccola macchina tampona misteriosamente un camion spezzando le vite dei cinque eroi. Il caso viene archiviato come una disgrazia dovuta all'alta velocità e all'età (media 22 anni), trenta anni dopo (lo si sapeva già allora) si è scoperto che l'incidente in cui persero la vita i cinque anarchici fu una strage neofascista-servizi segreti.
Prima di partire Gianni Aricò dirà alla madre: "Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia", non ci riuscirono ma il loro coraggio rimarrà sempre in chi vuole provare ancora a cambiare il mondo. Non dimentichiamoli, la loro giovinezza è volata dietro l'onestà, l'utopia, il coraggio, la rivoluzione, l'anarchia e per questo saranno per noi sempre degli eroi.
Grazie Gianni, Angelo, Franco, Luigi, Annalise. Saremo sempre con voi.
Una storia di disastri dimenticata. Il disastro ferroviario del 22 Luglio 1970 non è mai stato chiarito,le indagini ,molto blande e condotte nella solita esasperante lentezza non hanno individuato colpevoli o responsabili della tragedia di quel 22 Luglio di 32 anni fa. Morirono sei passeggeri e ne rimasero feriti oltre 50. Nei pressi di Gioia Tauro il macchinista sente un sobbalzo della locomotiva che in quel momento viaggiava a 100km/ora,avverte il pericolo e aziona il meccanismo di frenata rapida, le prime cinque carrozze del lunghissimo convoglio (17 carrozze) si comprimo una su l’altra riducendo la velocità. La sesta purtroppo no,infatti deraglia portandosi dietro le altre 12 ,infine dopo circa
Perché il capo stazione ha sentito distintamente” un boato e del polverone”che si alzava dalla parte degli scambi?
Tutte domande che fino ad oggi non hanno avuto risposte.
Una commissione d’inchiesta stabilirà che si tratta di un incidente, anche se diversi bulloni che fissano i binari sulle traversine, verranno trovati allentati o addirittura svitati. Quattro ferrovieri verranno incriminati per il deragliamento del treno.
Secondo una versione corrente, ma mai suffragata da elementi di prova, la matrice dell’attentato di Gioia Tauro è da collegare con la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata appena otto giorni prima, il 14 luglio, alla notizia che è Catanzaro la città designata quale sede dell’appena eletta assemblea regionale.
Nata dalla collera popolare, innescata dallo stato di abbandono in cui versa il meridione d’Italia, la rivolta di Reggio Calabria sarà presto egemonizzata dalla destra estrema.
L'Istruttoria. Il 22 luglio 1970, alle ore 17,10 circa, il direttissimo P.T. (treno dei Sole) proveniente dalla Sicilia e diretto a Torino, deragliava a circa
Il Sostituto Procuratore della Repubblica di Palmi, Paolo SCOPELLITI, nominava un collegio peritale costituito dagli ing.ri Armando COLOMBO, Ottorino ZERILLI, Giovanni NOERA, Ferdinando MILLEMACI (tutti dipendenti delle FFSS), Renato, PICCOLI, Eugenìo CANNATA (comandante VVIFF della stessa città), Fortunato MUSICO e dal prof. Arturo POLESE (Università Napoli).
Il collegio consegnava la sua relazione il 7 luglio
a) ad errori dei personale di guida;
b) ad errori nella disposizione degli scambi all'ingresso in stazione;
c) a difetti del materiale rotabile.
La relazione sottolineava con particolare rilievo una singolare avaria riscontrata sulla rotaia lato monte, posta a circa
L'autorità giudiziaria poneva ulteriori quesiti alla commissione che rispondeva con un supplemento di perizia depositato il 26 giugno 1973 nel quale si legge: "la deformazione della piastra prelevata in corrispondenza della rotaia con suola danneggiata è da attribuirsi sicuramente all'azione dell'esplosione e non all'urto dei materiale rotabile".
Veniva quindi nominata una perizia balistica affidata al gen. di brigata Antonino MANNINO ed al prof. Giuseppe ORTESE (aiuto ordinario presso l'istituto di Medicina Legale dell'università di Messina) i quali rispondevano ai quesiti del giudice istruttore:
a) in ordine all'assenza di reperti esplosivi: "le tracce lasciate in un sito da una esplosione sono facilmente alterabili e soggette a dispersione se, come nel caso di Gioia Tauro, si verifica deragliamento di molti vagoni, con aratura della massicciata e sconvolgimento del materiale di armamento, ma che, a parte ciò, le tracce possono essere proiettate a notevole distanza dal fenomeno esplosivo ed essere pertanto di difficile o impossibile reperimento".
b) circa l'analogia con gli altri attentati e circa gli effetti di una eventuale esplosione sul materiale rotabile: "il distacco di suola di rotaia fu provocato da carica esplosiva, così come da altri esperti riscontrati in quel medesimo punto, a circa
Del tutto opposte, invece, erano le conclusioni cui erano giunti, un mese dopo, l'evento, i marescialli di P.S. Guido DE CLARIS e Giuseppe CILIBERTI del commissariato di PS presso la direzione compartimentale delle FFSS di Reggio Calabria che, con rapporto dei 28 agosto 1970 al Procuratore della Repubblica di Palmi, asserivano che le risultanze delle indagini esperite hanno consentito di escludere che il disastro ferroviario abbia avuto origine dolosa, così come hanno permesso di escludere, altresì, irregolarità facenti carico al servizio movimento ed al personale di macchina del treno P.T., per cui si deve ritenere che il disastro sia stato provocato a causa di natura tecnica da ricercarsi nel materiale rotabile o nel materiale di armamento".
Tali conclusioni erano raggiunte dai due marescialli di PS a causa delle affermazioni unanimi dei testimoni (tanto viaggiatori in attesa sulla banchina della stazione di Gioia Tauro, quanto quelli a bordo del treno, nonché del personale delle FF.SS. viaggiante e di stazione) che escludevano di aver udito il boato di una esplosione.
Tale ipotesi veniva ulteriormente confermata dai marescialli di PS in occasione di un nuovo rapporto del 9 settembre 1971 nel quale veniva confermato che nessuno dei presenti ricordava di aver udito un’esplosione e si indicava, come probabile causa del sinistro, la condotta del personale ferroviario che aveva illegittimamente disposto la cessazione del rallentamento a
Il giudice istruttore del Tribunale di Palmi, con sentenza del 30 maggio 1974, conformemente a quanto richiesto dal pubblico ministero, dichiarava non doversi procedere contro i predetti imputati per non aver commesso ilfatto, chiudendo così ogni indagine.
Il giudice concludeva, ritenendo che l’attentato dinamitardo come causa del sinistro era solo un’ipotesi, per quanto la più probabile, "destinata a restare nel limbo delle congetture", in quanto "non è agevole ritenere, alla luce dell’umana esperienza, che la detonazione prodotta dalla carica esplosa sul binario nel pomeriggio del 20 luglio 1970 trovavansi in prossimità della stazione ferroviaria di Gioia Tauro".
(fonte: commissione stragi)
Alcune considerazioni sulla natura della “Rivolta di Reggio”
1969 l’anno cruciale
Con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano il 12 dicembre 1969, che provoca 16 morti e decine di feriti, ha inizio il periodo più oscuro della vita politica italiana dal dopoguerra in poi che prenderà il nome di “strategia della tensione”
Per comprendere le motivazioni e gli obiettivi della “strategia della tensione”, occorre ricordare brevemente la fase politica che l’Italia attraversa sul finire degli anni ’60.
L’obiettivo degli ambienti più reazionari, con il consenso di ampi settori dell’apparato statale e militare appare chiaro: utilizzare il disordine e la paura per spostare a destra l’opinione pubblica, isolare la classe operaia e le organizzazioni dei lavoratori.
La carta della violenza politica e del terrorismo viene brutalmente usata in questa direzione. La strage di Piazza Fontana è l’inizio di questo triste periodo, quella della stazione di Bologna ne è, forse, il momento più intenso.
Durante quell’anno si verificarono ben 145 attentati o episodi di violenza (uno ogni tre gironi!) di impronta fascista. In un clima politico e sociale sempre molto teso, il Msi aumenta i propri consensi, tanto che Almirante in un comizio nel gennaio ’70 arriva ad indicare nel Msi “la sola alternativa morale e politica al centro-sinistra e quindi al comunismo”. Non erano solo parole, era oramai in fase avanzata un disegno eversivo sotterraneo, fatto non solo di violenze squadriste, ma di oscure convivenze tra apparati statali, servizi segreti, mondo finanziario e militare. Tanto è vero che verso la fine del ’70 vi è il tentativo , poi fallito nettamente, da parte di un gruppo di militari di mettere in pratica un tentativo di colpo di Stato denominato “Rosa dei venti”
È utile ricordare che tra il 1969 e il 1975 si verificarono 4388 attentati e atti di violenza, oltre l’80% dei quali è di impronta neofascista. Oltre all’attivismo di gruppi come Ordine Nuovo, Ordine nero, Squadre d’azione Mussolini (Sam), vi è la diffusione di un nuovo squadrismo neofascista, nei quartieri , nelle scuole, nelle università, (l’Associazione Partigiani d’Italia ha documentato in un libro nero oltre 400 azioni compiute nel biennio 1969-70 soltanto a Roma città).
Il punto più avanzato di questa strategia neofascista si raggiunge con la “Rivolta di Reggio Calabria”.
Come nasce
La “Rivolta di Reggio Calabria” inizia il 5 luglio 1970. la notizia che capoluogo il capoluogo della Regione sarà Catanzaro scatena i reggini che si sentono penalizzati moralmente ed economicamente.
Occorre innanzitutto ricordare la composizione sociale della popolazione reggina all’inizio degli anni ’70. Reggio Calabria in quel periodo era ancora una città in via di urbanizzazione, dei circa 170.000 mila abitanti, oltre il 30% era analfabeta, l’occupazione principale era il lavoro nei campi; le colture come bergamotto, olivo, gelsomino garantivano soltanto occupazioni stagionali, caratterizzate dalla precarietà.
L’industria, tranne la nascente O.Me.Ca. (del gruppo Iri-Fiat) è totalmente assente. La maggior parte dei reggini viveva allora, come oggi, di impiego pubblico e di piccolo commercio, scarsissime le infrastrutture e i servizi pubblici nella città, periferie degradate e scombussolate dalla mancanza di un piano regolatore, reddito medio tra i più bassi d’Italia, tutto questo avviene ovviamente in un contesto di perenne emigrazione dei reggini verso le città industrializzate del nord Italia.
Il desiderio di rivalsa verso una classe politica incapace di dare dignità alle popolazioni meridionali fece crescere negli stati più disagiati della popolazione un giusto e diffuso malcontento, che trovò quindi nell’attesa di avere il capoluogo regionale nella città dello Stretto un’occasione per ribellarsi al ceto politico del tempo.
In quei giorni la disperazione, la rabbia e la voglia di cambiamento degli strati più disagiati della popolazione reggina assunsero caratteristiche di massa.
Lo scoppio della “Rivolta” ebbe una enorme e convinta partecipazione popolare, mancò però una classe ( intesa come categoria economica e sociale) capace di mettersi alla testa della “Rivolta” ed indirizzarla verso un potenziale riscatto e cambiamento della società. Mancò a sinistra una classe dirigente capace di spiegare alla popolazione che i bisogni dei reggini e dei meridionali erano gli stessi.
Grandi e gravi sono quindi le colpe della sinistra di allora ed in particolare del PCI, che non seppero comprendere le rivendicazioni della popolazione reggina, sottovalutando le ragioni per le quali i proletari reggini scesero nelle strade..
La sinistra extraparlamentare, poco organizzata in città, non fu in gradi di incidere su questi eventi, la sinistra istituzionale scelse la via dell’autoisolamento, lasciando così campo libero al “comitato d’azione”, composto in gran parte da estremisti di destra, diretti da esponenti del Msi come Natino Aloi, Renato Meduri, e soprattutto Ciccio Franco, ed al “comitato unitario” controllato dalla Dc.
Essere “per Reggio” voleva dire essere “contro Roma”, contro il potere e contro quei politici che nella capitale si arricchivano alle spalle dei calabresi. Erano queste le parole d’ordine di chi dirigeva le operazione.
Cos’ il 13 luglio con il Sindaco in testa e l’appoggio di quasi tutti i partit, tranne il PCI e il PSI, viene proclamato lo sciopero generale in tutta la città, lo sciopero continua anche nei giorni seguenti fino al 15 luglio.
Da quel 13 luglio in poi, per oltre dodici mesi la città precipita in una recrudescenza criminale e violenta che non ha proprio nulla di politico.
Infatti, mischiati ai proletari reggini, che con rabbia e decisione scesero giustamente nelle strade per protestare, vi erano gli esponenti della destra eversiva, che in città trovarono copertura da parte della malavita locale, sostenuta e finanziata da facoltosi affaristi locali. I vari Freda, Delle Chiaie, Tilgher, Valerio Borghese, Rauti, e tanti altri, sono stati personaggi attivi all’interno della “Rivolta” che hanno avuto ruoli di primo piano durante la “strategia della tensione”.
Durante il periodo della “Rivolta” sono stati compiuti ben 16 attentati a sedi politiche di partiti e sindacati: 9 attentati sono stati compiuti contro sedi del PCI, 4 contro sedi del PSI, 2 contro sedi della CGIL, 1 attentato è stato compiuto contro la sede della DC.
Nello stesso periodo sono stati compiuti inoltre ben 52 attentati contro sedi di diversa natura, con il chiaro intento di spaventare l’opinione pubblica: enti locali ed uffici pubblici, scuole ed università, impianti pubblici, attività commerciali, abitazioni private ed automezzi.
In tutto il biennio 1970/71 si contano 204 feriti, di cui 178 tra i civili e 26 tra le guardie, si calcola inoltre che i danni procurati siano superiori ai cento miliardi di lire!
Giusto per ricordare le date più significative:
15 luglio ’70, in occasione della proclamazione del primo sciopero generale della città vengono prese di mira le sedi di PCI e PSI;.
16 luglio: Bruno Labate, ferroviere, iscritto alla Cgil, 46 anni, viene trovato morto dopo una violenta carica della polizia;
17 luglio: viene presa di mira dai manifestanti
22 luglio: alle 17,10 un attentato fascista alle linea ferroviaria nei pressi della stazione di Gioia Tauro provoca il deragliamento del “treno del sole”, muoiono 6 persone, Rita Caciccia 35 anni, Adriana Vassallo 49 anni, Letizia Palombo 48 anni, Rosa Fazzari 68 anni, Nicolina Mezzochino 70 anni, Andrea Cangeni 40 anni. Altre 50 persone rimangono ferite.
Il disastro ferroviario del 22 luglio 1970 non è mai stato chiarito, le indagini, molto blande e condotte nella solita esasperata lentezza non hanno individuato colpevoli o responsabili della tragedia. Una commissione d’inchiesta stabilirà che si tratta di un incidente, anche se diversi bulloni che fissano i binari sulle traversine verranno trovati allentati o addirittura svitati. Quattro ferrovieri verranno in seguito incriminati per il deragliamento del treno.
È utile ricordare che nel 1993 un collaboratore di giustizia di primo piano della ‘ndrangheta, più precisamente Giacomo Lauro affermò davanti ad giudice milanese che indagava su mafia ed eversione nera che “nel ’70 in Calabria si sviluppò un’alleanza trasversale tra criminalità organizzata ed eversione nera”, in quella stessa occasione Lauro affermò di “aver procurato l’esplosivo”, fece inoltre i nomi degli esecutori materiali (gente ormai deceduta), e chiamò in causa diversi esponenti della destra reggina, alcuni dei quali tuttora sono in attesa di giudizio con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.
17 settembre: nuovo sciopero generale, convocato dai comitati cittadini, quello unitario e quello d’azione. Angelo Campanella, 43 anni padre di sette figli, autista dell’Ama, rimane ucciso da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia durante violente cariche. In seguito agli scontri un gruppo di neofascisti muore un brigadiere dei carabinieri, Vincenzo Curigliano 47 anni.
Dall’ottobre dello stesso anno l’esercito avrà il compito di sorvegliare la tratta ferroviaria Reggio-Napoli visto che nella zona tra Reggio e Gioia Tauro ci furono in soli otto mesi più di trenta attentati a stazione ferroviarie, linee elettriche, linee ferroviarie.
Dall’inizio del 1971 l’esercito presidia costantemente la città
Il 14 gennaio Antonio Bellotti, 19 anni, agentedi ps, viene colpito da numerosi sassi lanciati dai fascisti contro un treno in sosta alla stazione di reggio carico di agenti che si accingevano a rientrare a Padova. Bellotti viene trasportato all’ospedale di Messina, dove morirà il 16 gennaio.
Il 4 febbraio
Nel marzo dello stesso anno la procura di Roma ordina la cattura di Valerio Borghese, per cospirazione contro lo Stato.
Il 17 settembre ’71 durante gli scontri sul ponte calopinace, un corpo d’arma da fuoco sparato dai neofascisti uccide Carmelo Jaconis, 25 anni barista.
Conclusione
A Reggio Calabria le forze neofasciste hanno preparato durante il periodo della “Rivolta” con la collaborazione di ampi settori degli apparati statali, il più grande tentativo di destabilizzazione democratica, conosciuta con il nome di “strategia della tensione”.
I protagonisti di quella dramattica stagione erano tutti presenti nella nostra città, la destra eversiva si è quindi impegnata attivamente nella “Rivolta” per tenere viva la rabbia popolare. La destra eversiva ha utilizzato i territori e la popolazione reggina per pianificare un disegno eversivo, poi fortunatamente fallito.
Quando la destra reggina rievoca quelle tristi pagine che ormai appartengono alla storia dovrebbe soltanto vergognarsi,. Da allora nulla è cambiato, tutto è peggiorato.
Basti pensare che quando la rivolta terminò nel febbraio ’71 l’allora presidente del Consiglio Emilio Colombo annunciò la costruzione a Gioia Tauro del 5° centro siderurgico più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di lire e oltre 10 mila posti di lavoro e della fabbrica della Liquichimica a Saline Joniche. La città e il ceto politico che aveva egemonizzato la “Rivolta” accettarono.
Fino ad oggi però nessuno ha mai visto nulla di quanto promesso, quello che abbiamo visto dalla “Rivolta” in poi è il “Sacco di Reggio”, gestito da una lobby di potere trasversale ai partiti, caratterizzata dall’intreccio tra malavita, massoneria e potentati economici, che ancora oggi determina le scelte politiche ed economiche dei nostri territori, soffoca lo sviluppo, dove è sempre più stretto il legame tra politica ed affari privati e dove continuamente vengono disattese le esigenze dei giovani e dei settori popolari della cittadinanza.
L’azione al monumento
L’azione dimostrativa compiuta al monumento “Reggio anni ‘70” aveva il solo intento di aprire una discussione in città su questi fatti. Un monumento fatto per ricordare, non può e non deve offendere la dignità e la memoria di tutti gli antifascisti reggini. Non si può raccontare la storia in modo distorto e a proprio piacimento.
Abbiamo coperto simbolicamente il monumento, e non deturpato, con l’auspicio che quanto prima un grande moto popolare porti via oltre al monumento, anche questo ceto politico becero e privo di ogni dignità!